martedì 29 novembre 2022

δ Ursae Majoris

Qui sulla Terra diciamo che una stella si trova nella fase di sequenza principale quando riesce a usare l'idrogeno nel suo nucleo per riuscire a brillare e splendere nel cielo. Formatasi chissà come e quando, dalla massa decisa da chissà quale sorta di DNA stellare, ogni stella all'inizio della propria vita è composta quasi totalmente dall'idrogeno. Dall'elemento più semplice che esiste nell'universo conosciuto, e quello che occupa la prima posizione in alto a sinistra nel sistema periodico in cui ci divertiamo a catalogare gli atomi che popolano il cosmo. 

Così, avendo pressoché idrogeno e poco altro, una stella comincia a collassare su se stessa finché gli atomi sentono di stare un po' troppo stretti e allora si organizzano, si uniscono l'uno con l'altro in un processo che libera un'enorme quantità di energia. L'idrogeno inizia così a diventare elio proprio lì dove sente più forte la pressione del mondo esterno, che sembra volergli crollare addosso, nel centro della stella. Si trasforma in elio, l'Idrogeno, e perde un po' di se stesso, allora, rilasciandolo attorno a sé. Nel centro della stella una rivoluzione inizia, e tutti gli atomi di idrogeno pian piano cominciano a mutare, a unirsi l'un l'altro e a rilasciare quell'energia che riesce a contrastare il mondo esterno che allora non può far altro che fermare il proprio collasso. La stella resiste, allora, e rimane stabile, e quest'energia pian piano raggiunge la superficie esterna della stella e scappa a perdifiato per il cosmo, arrivando talvolta fino al nostro occhio. Le stelle in cui è in atto questo processo rivoluzionario di massa dell'elemento più semplice e comune dell'universo, del lavoratore più umile, dell'operaio più basilare del cosmo, noi umani diciamo si trovano in fase di sequenza principale, perché, nella nostra ossessione di voler catalogare tutto, in una qualche maniera queste stelle siamo riusciti a porle tutte in riga, l'una dietro l'altra, dalla più piccola alla più grande. Tra di esse il Sole, e tra di esse anche Megrez, δ Ursae Majoris, che ci sembra essere due volte più grande del Sole e se ne sta umile e silente nel cielo boreale ad inviarci la sua luce bianca.

Megrez è la meno luminosa delle sette sorelle che disegnano il Grande Carro nel cielo boreale, eppure quasi trenta volte più luminosa del Sole. La sua luce impiega poco più di ottanta anni per arrivare da noi, il che significa che la luce che Giovanni vide anni fa, rimanendo poi affascinato da questo puntino luminoso nel cielo notturno, lasciò Megrez più di cento anni fa. Nessuno di noi era ancora nato, all'epoca. Però questa danza di sguardi che rivolgiamo verso l'alto durante le notti terrestri si trasforma in danza di viaggi nel tempo, e guardando Megrez ci pare di poter tornare nel passato. Guardandola stasera io tornerò a ottanta anni fa. I miei nonni erano nati da un po' e trascorrevano la loro infanzia da qualche parte in Italia. I miei genitori forse erano un'ipotesi, io ero una possibile conseguenza di un'ipotesi, e mia figlia un personaggio di una fiaba utopica. Megrez si vedeva ad occhio nudo ma non si sapeva che fosse circondata da un disco di polveri e, chissà, forse da qualche pianeta. Starebbe a me scoprirlo, questo, non tanto per aggiungere un dettaglio tecnico alla mappa del cielo, ma per curiosità in quello che Giovanni vide in questa stella. Comunque, i miei nonni di notte guardavano di certo il Grande Carro e Megrez, l'inizio della coda dell'Orsa, era lì, con la sua luce inviata ottanta anni prima, quando anche i miei nonni erano nient'altro che un ipotetico futuro lontano e non sapevano nemmeno si sarebbero prima o poi trasformati in passato prossimo, remoto, dimenticato.
Nell'universo ci si perde al solo sguardo, lo avranno pensato anche i miei nonni e i loro nonni, e le stelle come Megrez ci fanno da fari guida. Lontanissime nello spazio, ma nel tempo neanche tanto poi. Cosa sono ottant'anni? Un gradino abbordabile per intravedere l'infinita scala cosmica. 
δ Ursae Majoris mi pare proprio questo, allora, un gradino, un appiglio, con le sue reazioni nucleari e le polveri interstellari, uno scrigno che custodisce i codici del nostro cosmo, e tra questi i sogni che un amico ha condiviso con i suoi compagni di viaggio.

Buon compleanno Giovanni.

mercoledì 10 marzo 2021

A Lei

Dell’arrivo,

Di Chania, sorella di Venezia

Di Giouchta, montagna sacra

Delle onde di Kokkini Kani

Degli autobus per Archanes

Del labirinto al centro di Irakleio

Del mare, unico vero orizzonte

Del Meltemi

Della via Lattea dalle spiagge meridionali

Dei limoni, degli aranci, degli ulivi

Delle piogge scroscianti e del sole a picco

Delle gole scavate da fiumi ancenstrali

Di pastori, pecore

Di marinai montanari

Di rotte marine

Di guerre, invasioni, e delle terre che ne sono nate

Del caos dei vortici aerei

   e della calma portata dal vento

Di miscugli di umani di tutto il mondo

Di vie che si incrociano

   e di altri vie che si diramano verso nuove scoperte.


Di una, o tante, supernovae

Della materia di cui sono fatti

le querce

   il cielo

     la luna e le stelle

       i sogni e gli umani.





 Di tutto ciò è mia figlia.

Al Viaggio

L’isola l’ho capita

quando l’ho lasciata

galleggiando su quell’acqua

a cui lei è ancorata.


Le sue luci da lontano,

sempre più fioche al proseguir 

della mia rotta,

erano nient’altro che le vite 

che avrei potuto vivere,

le strade che avrei potuto calcare

e le visioni che avrei incontrato su di esse.


Invece no.


I suoi contorni, lineamenti frastagliati

come una chioma d’ulivo,

al mio allontanarmi m’indicavano

gli intagli, i graffi che portava,

nient’altro che i cammini da me percorsi.


Allora vidi i momenti che parevan persi

ma erano il vero me,

e le mie corse 

per cercare nella città 

angoli che mi parevan nulla

ma erano tutta la storia che lì ho lasciato.


Alla ricerca di me stesso:

   chi ha la fortuna di non farlo?

e alla scoperta che la mia natura

è quella di esse perso,

del ricercare,

   che non esiste nel mondo del certo

del respirare,

   che è ricerca continua di nuova aria

del raccontare,

   che è ricerca di linee nuove nel vissuto e nel futuro,

è allontanarsi dall’isola e scoprirne nuove luci.


Ho capito l’isola solo quando l’ho lasciata in nave.

A Creta

Avrei voluto amarti

eppure non l’ho fatto.


Dagli ulivi che sono a popolarti

solo un frutto ho colto.

Delle onde che ti bagnano

solo una m’ha abbracciato.


E di quegli orizzonti che continuano a chiamarmi ogni dì e notte

per essere esplorati

solo uno ho attraversato

per vederne poi altri mille

che non avrei mai immaginato.


Avrei voluto amarti

eppure perché non l’ho fatto?

Perché adesso so di non poterti

scoprire perfetta

senza lo slancio dell’amore,

né saperti sbagliata

senza che l’amore sia finito.


Né tu puoi scoprire di me altro che la tessitura della pelle

perché una carezza è troppo poco per conoscersi.


Ma è fin troppo per sognarsi.

Ricordi che mi mostravi le acque 

del tuo mare 

camminando per Irakleio

giù fino alla fortezza?


Mentre intorno nessuno poteva

immaginare i nostri sogni

al sicuro, celati dalla tua drammatica

bellezza

di storie così ardite

che dall’antico osano giungere

fino al presente.


E poi Dia,

quell’isola che mi indicavi ogni giorno,

affacciata sulla fortezza,

una linea dal fascino

di un domani inarrivabile,

uno specchio deserto

di tutta la tua storia.

Come l’amore tra di noi

uno specchio deserto di noi stessi.


Dalla cima dei tuoi monti 

Dia l’accarezzavo con un dito

solo perché si trovava lì,

pur senza aver capito

perché ne fossi innamorato.

Dia era un riflesso

del nostro amore,

a portata di mano e inafferrabile,

che esiste solo nel gesto dell’accarezzare

e fugge a ogni possesso.


Avrei voluto amarti

e allora l’ho fatto

quando ero distratto

nei ritagli di tempo

per salvarmi dai miei dubbi

e difendermi dalla mia certezza

di non essere abbastanza.



martedì 5 novembre 2019

La mariposa del desierto


En un desierto abrasado por el sol, una llanura seca y aparentemente sin vida, un día apareció una mariposa.
Sus alas eran del mismo rojo, casi naranja, de la tierra del desierto, con manchas amarillas, verdes y azules.
Era pequeña en comparación con la inmensa extensión de arena que la rodeaba, y se balanceaba en las ráfagas de viento que barrían el vacío infinito.
Nadie sabía de dónde venía, nadie sabía que la mariposa se encontraba allí.
Tal vez fue una repentina tormenta de arena que la sacó de su lugar de nacimiento y luego la arrastró en un instante tan lejos de su hogar.
Alguien dice que todo sucedió en no mas de unos instantes: la fuerza, el ruido, la violencia de la tormenta inesperada ni siquiera le habían dado tiempo para despedirse de su familia, ni para llevarse nada en su solitario exilio.
Solo lo que llevaba puesto en el momento de su partida permaneció con ella: unos pocos granos de arena de la playa en la que nació como oruga, una gota de agua del oasis en el que se había convertido en una mariposa, un pequeño pedazo de la hoja en la que prefería ir a descansar.
Cuando la tormenta se calmó, la mariposa miró a su alrededor y no pudo reconocer nada: el desierto no era su hogar, y nunca lo había conocido durante sus viajes.
Mientras tanto, en un momento, el sol cegador había casi quemado las alas de la mariposa. Además, había transformado la arena, el agua y el pedazo de hoja que la mariposa había traído consigo en manchas amarillas, azules y verdes sobre las mismas alas.
La mariposa voló por un tiempo y logró encontrar un refugio: una casa vacía, tal vez dejada por alguien que había vivido allí en el desierto en la antigüedad. La puerta estaba abierta y ella entró, pero fue nuevamente el viento quien le jugó una mala pasada. Dio un portazo y atrapó a la mariposa dentro de la casa vacía.
Sin embargo, esta casa también tenía ventanas, bloqueadas solo por unas redes con mallas estrechas, para que nada más que el viento pudiera pasar. Se sintió aún más perdida, por unos momentos, la mariposa. No estaba feliz porque no hubiera querido pasar toda su vida encerrada allí, quería volver a descansar en las hojas de los árboles y volar libre. Entonces dobló las alas así que volvió a ser minúscula casi como una oruga, por lo que se volvió casi tan pequeña como un grano de arena que puede pasar por todas partes. Se acurrucó aún mas y logró pasar a través de la malla de la red que la encarcelaba. Enseguida desplegó nuevamente sus alas en todo su esplendor y se perdió en una nueva corriente de viento, que inmediatamente se la llevó. Algunos dicen que el viento la trajo de vuelta al océano, allí donde, hace algún tiempo, había nacido oruga.

- Dedicada al pueblo saharaui -

domenica 1 gennaio 2017

Recuerdos de Suramérica

Salgo de un bus: estoy en Chaiten.  Mi viaje hacia el norte en la Carretera Austral pasa por aquí.
Salgo y me doy cuenta que no tengo necesidad alguna, en este momento. Solo quiero esperar. Aguardar el futuro, lejos de mi. Aplazar el viaje hasta el día después.
 ¿Cual es la parte mas emocionante de un viaje, sino la noche ante de partir? ¿Las ideas vagas de lo que encontraré? ¿Lo conciencia que el viaje va a pasar?
La pulcritud del inicio es lo que busco en cada trato de mi recurrido.
Miro este oceano del sur, un mar que no conozco y que me parece enorme. Impresión del viajante que hasta ahora se olvidó de usar sus ojos para descubrir. De todas las veces, ¿cual es la que voy a recordar, sino la primera? Miro este oceano del Sur y viajo hacia el norte, un viaje de vuelta. La playa

donde camino lleva señas de destrucción.

Chaiten es una ciudad cancelada por un vulcano que lleva su mismo nombre y queda cerca, detrás de montañas y nubes que veo inminentes. Toda esta ceniza, que juega a ser arena costera, empuja mi sentidos hacia la nieve del norte, que, como este desierto, siento casa y frontera, hogar y hoguera. Hielos ancestrales excavaron fiordos, golfos y calas acá como en Noruega, dejando firmas parecidas: huellas dactilares de glaciares que se mudaron a ser dedos de oceano.

¿Que es mi casa sino un punto donde lo que conozco queda no más que al lado de lo que puedo descubrir? ¿Que es sino la revelación que un día de mi vida es no más que una zona de mi alma?
Si mi casa fuera un lugar, sería donde los caminos hechos mil veces me llevan una mirada nueva cada dia. Si, en vez, fuera un tiempo, por lo tanto sería hoy día, no mas que un pasito antes de las descubiertas que haré mañana. Solo en nuestra imaginación se convierte a ser un entonces, cuando hay miedo de un paso escondido hasta el día siguiente. Siempre es un reconocer, como cada descubrimiento verdadero.

Hay barcos y arboles yaciendo muertos y todavía amenazados por las olas del Pacifico. Yo dejo mi huellas en cola: aunque bien vivas, ya listas para ser borradas por el mar. Es poco mi tiempo aquí, solo lo necesario para decir que volveré, lo que siempre hago: prometer que seguiré prometiendo, esperar de seguir esperando.

Suponía de cruzar el mar en un transbordador, subiendo por la línea costera oriental de la isla grande de Chiloé, y llegar hasta Puerto Montt. En vez me junto a los otros pasajeros, disfrazo mis percepciones con las suyas y vuelvo al bus, hacia el norte. 



(Chaitén, Octubre 2011)

mercoledì 11 febbraio 2015

Origini

Ieri ho fatto una scoperta. Piccola, ovvia, ma fino a ieri mi era ancora nascosta.

Nell'immenso flusso di parole che mi scorrono davanti agli occhi nelle giornate passate davanti allo schermo del computer, una ieri spiccava sopra le altre.

Bisogno.
L'avrò letta mille volte. Fa rima con sogno, ma ha un significato totalmente diverso, addirittura opposto.
Se hai un sogno è perché non hai bisogni, o perché ne hai troppi.
Di certo, sembra che se qualcuno abbia un bisogno, allora no, avere un sogno è proibito. E, di certo, la parola sogno è oggigiorno abusata, o evitata. Per paura, in entrambi i casi.

Quindi vado a fare una ricerca e scopro che all'origine della parola bisogno c'è la parola sunia, che pare abbia un'origine gotica, di un latino medievale.
A sua volta, tale parola ha origine nel latino somnium, che si traduce oggigiorno come sogno.
In-somnium invece vuole dire visione, cioè quanto si vede durante un sogno.
In latino medievale, il sogno è stato trasformato in sunia, una parola dal valore bipolare: impedimento o necessitá, cura.

Sono sempre affascinato dall'etimologia delle parole, forse perché è come visualizzarne il viaggio, lo slittamento, la deriva senza timone tra le onde e le tempeste di un mare di esseri umani.

Il sogno diventa bisogno, allo stesso tempo impedimento o necessità.
Se si rifugia dentro di se, in-somnium, diventa la negazione di se stesso e si vendica donando agli insonni le visioni reali che più si avvicinano a quelle oniriche.
Se scappa da tutto ciò, diviene un'entità misteriosa, spesso confusa. con il desiderio.

Ma, invece, desiderio è una parola che, pur viaggiando tanto, in balia delle peggiori burrasche dell'animo umano, è sempre tornata al suo posto:
de-sidera: osservare intensamente le stelle, il cosmo.
Oppure privarsene e sentirne la mancanza. De-sidera.

In the Land of Beauty: first public screening!

Yes, exactly: at GalileoMobile we filmed a documentary, we made it freely available on the internet and now we also like to see it on big screens in cool locations. Nice, isn't it?
"In the Land of Beauty" starts its travel across the world, as a film on big screens, form Yale, on Wednesday February 4. A special date: the beginning of a travel which contains another travel, that is our expedition to Uganda in 2013.

How did it go? Tell us the story!
So I tell you this story, which, as every well-respected story, is a story within the story, and many little and little stories hidden into bigger ones.

The story is that when I moved to Yale, a few months ago, I saw this observatory, which sits on the highest point of Yale campus, and I saw that there were two little domes hosting two telescopes, and a bigger one, where a Planetarium hosts those people who like to enjoy the
wonders of the cosmos projected on a human size structure.
So I said: yes, this is a good starting point for the world to see a
movie about a journey and the cosmos, about people, friendship, unity, nature.

Months later, the movie has been completed and distributed on the internet, a no-space and no-time concept, where everything is always available and rarely explored. A great thing, of course, and a good place for a movie to mingle and get known around the world, but not the best place to start a journey. It is a net, after all.

So we organized this first event, Wednesday January 28. But, here, the story within the story: the biggest snowstorm in the history of Northeastern U.S. will hit many places, among which New Haven, one day before the event.
"Screw it, we'll do it anyway", I think. But what in fact happens is that they decide to close the whole University, and half of the city is desert and everybody is warmly invited to spend the day at home, possibly with hot tea, or coffee, or wine. Drink whatever you want - they seem to say - but don't go to the premiere of "In the Land of Beauty".
"Fair enough, the journey will start one week later, and I too will have a glass of wine at home."

Now, fact is that the terrible snowstorm, which should have brought about 1 meter of snow, delivered only 15 cm. And, a week after, two days before the premiere of the documentary, a less advertised snowstorm brought, instead, more than 50 cm of snow, which quietly fell covering all the city.
"Screw it, we'll do it anyway". And this time we did it!
It might seem obvious, but on a bigger screen you can really appreciate more details: images wrap you in a much warmer and more gentle way than on a computer screen.
I don't know how many times I had already watched this documentary, but this time was totally different from all the rest.
About 15 people attended, and all of them enjoyed the movie and our work, our philosophy and ideas.
For a bit more than one hour they have traveled with us to Uganda, Africa, around the planet: a travel in the first leg of a journey.

"In the land of Beauty", till next time.

lunedì 1 dicembre 2014

GalileoMobile In the Land of Beauty

A glimpse on Uganda and its education system
The account of a journey
Discussions on the relation between science and religion
Words by many promising students
Linguistic games
A viewpoint on the importance of sharing astronomy
Stories of integration and acceptance between different ethnicities, cultures and beliefs
Hands-on games and activities to explain the cosmos
Original Music
English, Spanish and Italian subtitles, and more languages soon to come.
A (very partial) list of what you can find in "In the Land of Beauty"
Enjoy GalileoMobile second documentary!


mercoledì 14 maggio 2014

13 maggio - Appunti



the history of melancholia
includes all of us. 
me, I writhe in dirty sheets
while staring at blue walls
and nothing. 
I have gotten so used to melancholia
that 
I greet it like an old 
friend. 
(Charles Bukowski - Melancholia)

I'll be your mirror, reflect what you are, in case you don't know.
(The Velvet Underground)

"There is danger for him who taketh the tiger cub, and danger also for whosoever snatches a delusion from a woman."
(Arthur Conan Doyle - A case of identity)

Almost everyone is out along with most of the voyages, the people that we knew and loved and the things they and they alone knew. […]
They ski much better now and some break their legs and some break their hearts. The latter is important and unfortunate and some good philosophers explain how you can not break them if they were not there and something happened and they did not exist. the important thing is that they should ski better and they do.
(Ernest Hemingway - A moveable feast)


"Stern all! Oh Moby Dick, I clutch thy heart at last!"
(Herman Mellville - Moby Dick)


Las cosas cambiaron porque el mundo cambió. Y los poetas, de pronto, encabezamos la rebelión de la alegría.
(Pablo Neruda - Confieso que he vivido)


Una storia di lente e millenarie migrazioni, forse così si erano mossi gli atlantidi del continente Mu, in ostinato e possessivo vagabondaggio, dalla Tasmania alla Groenlandia, dal Capricorno al Cancro, dall'Isola del Principe Edoardo alle Svalbard. La punta ripeteva, narrava di nuovo in un tempo assai contratto, quello che essi avevano fatto dall'una all'altra glaciazione, e forse facevano ancora, ormai corrieri dei Signori - forse nel percorso tra le Samoa e la Nuova Zemlia la punta sfiorava, nella sua posizione di equilibrio, Agarttha, il Centro del Mondo.
(Umberto Eco - Il pendolo di Foucault)

venerdì 18 aprile 2014

Vento d'aprile


Vento delle mie brame
portami via da questo reame!
Spazza la terra, il cielo, il mare,
decidi tu dov'è che mi vuoi portare.

Che sia un posto ricco o spoglio,
di sabbia o aria o acqua o foglie,
del superfluo, lo so, l'avrai privato,
con veemenza mitigato da ogni eccesso.
Trascinato, così, in un tuo riflusso
mi accoglierai :" Ben arrivato!"
oramai lontano da opprimenti maglie
e al riparo da ogni abbaglio.

Vento, vento, tempesta d'aprile,
in te vive il mio respiro
strozzato nel mio petto
in questo dì primaverile,
smorzato in un sospiro
da un angelo perfetto
come onda d'arenile:
bagna e svanisce
e ciò che in me sortisce
è bellezza, e non sparisce.

Forse sei tu, mio vento,
a plasmare queste onde
che m'attirano nel mare,
tu stesso che m' ispiri
assolutezza e immensità,
tu che mi tempri,
tu che mi spaventi
quando anche gli alberi più forti incurvi
e vuoi ridurre tutto all'essenziale,
spazzar via ciò che non è vita e essenza,
le foglie morte dalle strade
e il cielo dalle nuvole più oscure.

Austero sei,
e così mi rendi
la semplicità del gesto,
un respiro,
ora danza
nel muoversi dell'acque,
ora carezza
nel susseguirsi delle onde.

Non ti temo, o vento,
non temo la tua veemenza
abbattersi su di me.
Sradica pure ogni albero,
spoglia tutta la terra!
Il mare rimarrà,
e il suo ondeggiare.
Ed io, se tu vorrai.

(Pisa - Aprile 2005)

lunedì 3 marzo 2014

In the Land of Beauty - Teaser of new documentary by GalileoMobile


A few months after GalileoMobile expedition to Uganda we are on the way to release our second documentary!

During the two weeks spent around Kampala, Mbale and Jinja, two italian filmmakers, Domenico and Maria Serena, traveled along with GalileoMobile team members, Phil, Pati, Nuno and myself.
Many hours of footage were recorded and they had to work hard to select the best scenes to be mounted in the final product, with the goal of showing the activities we have carried out, as well as many other aspects of our first expedition to Africa.

"In the Land of Beauty" aims to deepen and share our vision of being "Under The Same Sky": we reckon it as another little tile to be added to the big multicultural mosaic that our initiative is.

We are fine-tuning the documentary in these days and it will be soon freely available online.
In the meanwhile you can enjoy a short preview!


Stay tuned!


domenica 2 febbraio 2014

Campi magnetici


(Scritta in Treno, da Firenze  a Pisa, Febbraio 2005, credo)

Una nevicata rientra nell'ambito di ciò che è magnetico.
Attira il tuo sguardo e difficilmente questo cambia direzione.
Magnetizza gli occhi grazie al ritmo ipnotico della caduta dei fiocchi,  viaggiatori visibili delle invisibili linee tracciate dal vento.

Intanto un vecchio sbadiglia, un brizzolato quarantenne fa girare aridi programmi sul suo computer, una ragazza legge un libro dopo essersi impegnata per un certamente importante messaggio da mandare dal suo cellulare. Neri i suoi capelli e carnose le sue labbra, docili i suoi gesti e profondo lo sguardo. Di morbidi lineamenti e presenza tutt'altro che invadente. Aspirante soggetto magnetico, o forse già posseditrice di questo titolo presso chissà quale paio di occhi, è in questo momento l'interesse principale del mio campo visivo. Ma riesco a mutare la direzione del mio sguardo quando voglio. Niente di magnetico quindi, ma solo stuzzicante.

Magnetica è la fiamma. Non so perchè ma mi incanto ogni volta che il mio sguardo incrocia lei. Non è solo per via del suo colore, né causa di tale magnetismo è il calore emanato.
Sono i suoi colori nell'insieme che mi attraggono, la perfetta maniera in cui si mescolano, il perfetto movimento oscillatorio nell'aria che la custodisce e le dà vita a scapito della propria. L'impeccabile stratificazione, dal trasparente al rosso, blu, giallo, che non ne
nasconde il cuore ma lo preserva e lo mette in risalto.
Magnetica, forse, per essere la più fedele delle riproduzioni di ciò che vorrei sempre avere dentro, di ciò che vive di vita propria a scapito della mia, talvolta. Di ciò che mi riscalda quando ho freddo e mi brucia se mi ci avvicino troppo.
Di quella cosa per cui io sono come l'aria per il fuoco.

Magnetico è il mare quando sto seduto e lo guardo da uno dei suoi bordi. Mi perdo nei suoi infiniti movimenti e non m'accorgo d'aver varcato l'inesistente linea che lo separa dal cielo. Spontaneamente faccio si che lui si perda in me per bagnarmi fin nelle parti più nascoste, quelle sconosciute anche a me stesso, per rendere simmetrica la magnetica simbiosi che ci unisce.

Magnetismo c'è nella figura della donna amata, che starei fermo all'infinito ad ammirare senza cogliere nessuno dei suoi dettagli, che accarezzerei all'infinito, senza guardarla, per lasciare le mie mani libere di eseguire il loro naturale movimento nel campo magnetico in cui si trovano.
Che non vorrei né toccare né guardare ma solo essere eternamente in caduta verso di lei, libero di essere infinitamente attratto dalla sua magnetica esistenza.

giovedì 30 gennaio 2014

Porto - A uno scrittore portoghese


Ho passato tre giorni a Porto
a rivedere amici e compagni,
ospiti naturali del mio viaggiare.
Ero curioso della tua terra, lo sai.

L'Oceano l'ho visto,
ma non l'ho fotografato.
Pioveva, e poi il rosso del tramonto.
Sembrava grande da lassù,
ma non so dirti quanto.
Ero un visitatore, non un abitante,
guardavo con occhi curiosi, sognante,
occhi stranieri senza radici.
Le onde sbattevano forti sui bastioni 
che reggevano il faro.
Vorrei abitare in un faro per un po', lo sai?

Dalla torre de los Clérigos i tetti diventavano 
disordinate mattonelle,
e su un piedistallo c'era la cattedrale.
Poi mi sono calato tra la gente
e ho visto le case che scendono nei vicoli
sul Douro, i panni stesi sotto la pioggia,
le signore lente sulle scalinate bagnate,
e quelle alle finestre, affacciate
alle torri di vedetta sulla vita della città.

Lisbona invece l'ho solo immaginata, 
come faccio da quasi vent'anni o forse meno.
Credi si possa misurare la nostra vecchiaia 
dal tempo che un'immagine spende tra i nostri sogni 
senza aver mai abitato la realtà?

Quanto c'è in questo mondo, amico!
E quanto lenti bisogna essere per scoprirlo.
E io che pensavo fosse tutta una corsa, ah se mi sbagliavo.
Si deve correre lenti, come a pronunciare il nome
della tua terra, che sembra lungo e veloce
e poi quasi si ferma: Portogallo,
un'arancia da sbucciare,
una terrazza sui confini del mondo immaginato dagli antichi
e su quelli del tuo animo.
Mille rotte partono da quelle coste sull'oceano:
non so il domani quale porterà,
una sola è quella giusta.
Dalla riva, il frastuono del mare la nasconde,
ma se saprai prepararti ed aspettare 
la vedrai limpida
stagliarsi tra le onde.

Eccola, è lì ! Che aspetti?

sabato 18 gennaio 2014

The Great Gig in the Sky


L'Orsa maggiore si staglia chiara nel cielo di nord est di Haiti, nelle prime ore della notte. The great gig in the sky. 
Giove è quasi allo zenit. Orione sta continuando la sua corsa verso ovest e si muove nel cielo con una inclinazione che non mi è familiare. Nei cieli dell'emisfero nord, a cui sono abituato, vedo il trapezio centrale della costellazione più bella del cielo terrestre un po' inclinato sulla sinistra nel cielo già scuro subito dopo il tramonto. Qui, invece, Orione è quasi sdraiato sul suo fianco sinistro e man mano che la notte va avanti sembra rimettersi all'impiedi. Un cacciatore che pian piano si rialza prima di essere ucciso dall'apparire dello Scorpione, e prima che il sorgere del Sole metta fine a tutte queste notturne storie fantastiche, che renda il cielo tutto uguale e confini il nostro sguardo entro i centocinquanta milioni di kilometri che ci separano da esso, impedendoci di spaziare per la vastità del nostro universo.
E poi, domani, dopo il tramonto, la Luna sorgerà ancora più tardi e sarà ancora più lontana da Giove, da Aldebaran e dalle Pleiadi, da Auriga, Il cocchiere nel cuore del cielo invernale. L'Orsa continuerà a splendere laggiù a nord ovest.

Mi addormento, intanto, su una sedia, sotto tutto questo cielo stellato. Riapro gli occhi. Immagino queste stelle del grande carro sempre lì nel cielo durante migliaia di anni, milioni di anni. Mizar, che non sa di essere una stella tripla. Anzi, addirittura sestupla, perché ognuna delle tre stelle è in realtà una stella binaria.  Mondi lontani nel nostro stesso mondo.

Eppure ciò che mi piace di più, attraverso le lenti del piccolo telescopio che ho con me, è la Luna, vederla stagliarsi come fosse parte del telescopio stesso. Quanto di più vicino a noi ci possa essere nella moltitudine delle meraviglie del cielo.
Oggi un bimbo mi ha detto che secondo lui, nel telescopio, c'era la Luna. Una bambina poi, forse per copiarlo, mi ha detto che pensava ci fosse il Sole. 
E le stelle? gli ho chiesto io. Dove sono?

Poi abbiamo smontato il telescopio e dentro non c'era un bel nulla. Un vetro ricurvo da una parte, due lenti piccole dall'altra. Un tubo vuoto nel mezzo.
Non ricordo se ho mai pensato che la Luna potesse trovarsi in un telescopio. Ricordo che non avevo la minima idea, molto tempo fa, di quanto grande fosse la Luna, dove fosse, dove fossero i pianeti e le stelle e le persone e le galassie e il cielo mi sono sempre chiesto, si, se con una scala grande di quella che usano i pompieri, o con tanti camion dei pompieri uno sopra l'altro, si, un camion posato in cima ad una scala, una pila di camion uno sopra l'altro, si potesse arrivare a scavalcare il cielo e a vedere cosa ci fosse dietro.
Come oggi, insomma, solo che oggi credo di saperne di più. Ma non è vero, perché possiamo misurare, dimostrare, capire e spiegare, ma non possiamo viaggiare le distanze interplanetarie e gli spazi interstellari e allora non possiamo sapere. Così i numeri ci fanno immaginare e ci fanno riuscire a programmare viaggi sempre più lunghi e immagino che presto qualche essere umano voglia viaggiare, si, fino a un altro pianeta e dire a tutti gli altri quello che ha visto. Però se voglio capire le distanze interstellari devo mettere su Interstellar Spaces di Coltrane, o Shine on you Crazy Diamond o The great Gig in the sky dei Pink Floyd.

Mi addormento sotto il cielo stellato e mi risveglio e so che non è vero niente, se non che quel grande carro nel cielo continui ad essere lì e a spostarsi durante la notte e a darmi come nient'altro la sensazione di un viaggio interstellare su una navicella rotante chiamata PianetaTerra.

Poi alcuni esseri umani sono riusciti ad andarci oltre quello strato blu che chiamiamo cielo. Non hanno usato i camion dei pompieri, forse perché ne sarebbero serviti troppi e poi saremmo rimasti, sulla Terra, senza camion sufficienti per spegnere gli incendi. Hanno pure costruito un albergo spaziale dove vanno ogni tanto per vedere la navicella spaziale PianetaTerra da lassù, e si dice che qualcuno si sia portato un gatto con se e che questo gatto ora viva nell'albergo spaziale e sia un gatto volante che fa le fusa senza sentire la forza di gravità.
Da lassù Orione cambia di continuo inclinazione e si sposta da destra a sinistra, e non saprei immaginarlo muoversi così perché l'ho visto sempre nella stessa posizione. Anzi, no. Mi ricordo che una volta ero in giro in un deserto e addirittura, laggiù, il cacciatore Orione era a testa in giù e guidava i suoi cani da caccia in maniera strana, correndo sempre e comunque lontano dal suo nemico Scorpione.
Il gatto spaziale, invece, dato che non ha topi da inseguire, si diverte a guardare le luci della navicella PianetaTerra che si spengono e accendono, le correnti aeree che girano e rigirano su se stesse e formano cicloni e tempeste e l'aurora boreale che cade sopra gli abitanti delle terre fredde, dove il Sole non manda tanta luce ma si diverte a disegnare archi verdi nei cieli notturni.

Mi addormento sotto il cielo stellato di pianeti e alberghi volanti e mi risveglio che mi sembra di essere in una estate di quando ero piccolo e mi addormentavo in spiaggia a vedere le stelle cadenti e mi risvegliavo che avevo sonno e freddo ma volevo rimanere ad addormentarmi e risvegliarmi per vedere le scie nel cielo. 

A quell'epoca, ricordo, volevo sempre guardare Andromeda. Avevo letto che fosse l'oggetto più lontano visibile ad occhio nudo. Due milioni di anni luce! Ma che vuol dire non l'ho mai capito. Però quando riuscivo ad inquadrare nel binocolo una macchiolina che sapevo essere questa galassia, allora si che potevo andarmene a dormire tranquillo. Si, cercavo Cassiopea e inseguivo le sue cinque stelle che formano una W, o una M, dipende sempre da come si legge. Le inseguivo e poi mi spostavo più in la, nella costellazione di Andromeda e da qualche parte trovavo una macchiolina che avevo letto che fosse addirittura una galassia gemella della nostra, la Via Lattea, miliardi di stelle che ruotavano tutte insieme e si erano pure organizzate per avere una forma di quelle fotogeniche, a spirale.
Ma che significa un miliardo di stelle luminose più o meno come il Sole? e come fanno ad essere nient'altro che una macchiolina invisibile nel cielo? 
Una volta, ma quella volta non mi addormentai, ero sotto un cielo che non ne ho visti di più limpidi, e di galassie se ne vedevano addirittura tre! ad occhio nudo, tre macchioline nel cielo brillavano sopra la mia testa ed erano, allora, almeno tre miliardi di stelle che si erano divise in tre gruppi differenti. Andromeda e le due nubi di Magellano.
Perché le stelle vogliano raggrupparsi e non ce ne siano di stelle che vadano in giro da sole per l'universo pare che non sia stato ancora capito. 

Però a furia di guardare il cielo ed immaginare in cosa trasformare quell'enorme senso di vuoto che un cielo stellato illumina nel nostro animo, le persone sono arrivate a figurarsi un cielo più pieno di quanto già sia. Si, perché il cielo che tutti immaginano è un cielo fatto di puntini luminosi e della Luna che vi scorazza in mezzo, ma quello che alcune persone possono già vedere è invece un cielo di stelle attorno alle quali ruotano altri pianeti, chissà, come la Terra. Le migliaia di stelle che vediamo a occhio nudo potrebbero avere, ognuna di esse, una famiglia di pianeti! e allora, quando ci sediamo in riva al mare o a bordo di una piscina o in cima ad un monte, e guardiamo in alto di notte, non stiamo più a guardare solo migliaia di stelle, ma stiamo guardando migliaia di sistemi planetari, decine di migliaia di pianeti che corrono a girotondo, ognuno attorno alla stella che per sempre ne cattura l'esistenza, finché morte non li distrugga.

Provo a proiettarmi su Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole. Da lì, Cassiopea appare molto diversa, C'è una stella in più nella costellazione di Cassiopea, se vista da Proxima Centauri.
Quella stella è il Sole. Nella costellazione di Cassiopea vista da Proxima Centauri, si, il Sole è la stella più luminosa, e attorno a questa stella ruotano otto pianeti, asteroidi, comete e miliardi di esseri umani e miliardi di miliardi di altri esseri viventi.
Se abitassi su un pianeta in orbita attorno a Proxima Centauri, mi chiedo, non mi verrebbe voglia di scoprire cosa potrei trovare attorno al Sole?

Mi addormento di nuovo, salgo sul grande carro, The great gig in the sky che mi culla nel nostro viaggio senza direzione, insieme, l'uno di fronte all'altro.

 
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