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venerdì 23 novembre 2012

Viaggi


I viaggi che non vedevo l'ora

I viaggi che non volevo fare

I viaggi che non dormo la notte prima

I viaggi di un giorno che si trasformano in viaggi di una vita

I viaggi progettati nei dettagli e quelli progettati per scoprire dettagli

I viaggi verso la libertà che conducono alla solitudine, i viaggi alla ricerca di me stesso e casomai dimentico di portare me stesso con me

I viaggi che mi mancano i miei amici

I viaggi in cui mi servono le mie paure

I viaggi a guardare fuori dal finestrino

I viaggi con i miei genitori, che non avevo idea di dove saremmo andati, né del perché fossi felice

I viaggi per imparare a viaggiare

I viaggi passati a fare l'amore

I viaggi per tornare a casa, i viaggi verso terre sconosciute

I viaggi nient'altro che dietro casa


I viaggi della mia immaginazione


I viaggi che tutti vogliono venire con me, ma nessuno verrà

I viaggi che tutto ciò che mi serve è nel mio zaino

Il viaggio che è la scoperta di un'altra persona

I viaggi che ho sognato e quelli che ho vissuto

I viaggi che un giorno, i viaggi che domani

I viaggi dimenticati, sepolti nel cimitero di quelli inutili

Il viaggio di scrivere dei miei viaggi

giovedì 22 novembre 2012

Journeys


The journeys I can't wait for

The journeys I don't want to take

The journeys I couldn't sleep the night before

The one-day journeys that turn into one-life ones

The journeys planned into details and those planned to discover details

The journeys to freedom leading to solitude, the journeys to myself and I forgot to bring myself along

The journeys spent missing my friends

The journeys I need to take my fears along with me

The journeys looking out of the window

The journeys with my parents, that I had no idea neither of where we were going nor of the reason of my happiness

The journeys to learn how to travel

The journeys spent making love

The journeys back home, the journeys to unknown lands

The journeys no more than one step away from home


The journeys of my imagination


The journeys everybody want to come along, and nobody will

The journeys all I need is in my backpack

The journey of discovering another person

The journeys that I have dreamt and those I've lived

The journeys I will, one day, and those I will, tomorrow

The forgotten journeys, buried in the cemetery of the useless ones

The journey of writing about my journeys

sabato 10 novembre 2012

Un sogno di qualche tempo fa

Uno sogno fatto tanto tempo fa, che mi ritorna in mente ora.
Lo metto nero su bianco (o bianco su nero) cosí da poterlo ricordare in futuro, o stupirmi, o esclamare un piú semplice: "Ma cosa avevo in testa?"

Ero a fare il giro del Sudamerica con Bruce Chatwin, Paul Theroux e altri loro amici.
Pare che avessimo combinato qualche guaio e infatti eravamo inseguiti dal sindaco di un paesino della Patagonia che ci voleva cacciare da tutto il Sudamerica: sosteneva che non avessimo il permesso di soggiorno.
Il sogno in realtà  inizia nel bel mezzo di un inseguimento, con questo alcalde che ci dava la caccia.
Scappavamo lungo tutta la catena andina, a piedi e con mezzi di fortuna, con autobus su strade improbabili che si inerpicavano sul bordo di dirupi e chiedendo passaggi ai rari viaggiatori di quelle terre impervie, o a piedi tra deserti e selve. Fino ad arrivare alla costa nord del Venezuela: i Caraibi dopo le Ande.
Lì giungemmo su un piccolo molo la cui porticina di accesso era in realtà una vera e propria uscita dal continente sudamericano. Attraversarla era un po' come entrare in una zona diplomatica, protetta. L'alcalde, una volta che noi avessimo varcata quella porticina, non avrebbe potuto farci piú niente.
La imboccavamo vedendo, in lontananza, l'alcalde che ancora ci inseguiva. Ci aveva inseguito fin dalla Patagonia, e fino al Venezuela! Ma cosa avevamo combinato di così terrificante?
Così, Chatwin e gli altri si mettevano sulle canoe, pronti a tornare a casa. In effetti lí per lí non valutai che avrebbero dovuto attraversare l'Atlantico per tornare in Inghilterra. Io, era ovvio nel sogno, sarei rimasto in Sudamerica.
Mentre li salutavo dal molo, Chatwin tornò indietro a chiedermi se fossi sicuro di voler rimanere, oppure preferissi andare con loro.
Ci pensai un attimo, guardando l'alcalde che ci osservava bellicoso da dietro la rete che delimitava il piccolo molo.
Ci pensai un attimo e decisi di partire con loro, che il mio viaggio poteva continuare. Salii sulla canoa di Chatwin. Era una specie di kayak in realtà. Dopo pochi istanti cominciammo ad affondare.
La canoa non era abbastanza grande per due persone.

Ero per metà in acqua e per metà in aria, a pochi metri dal molo e dalla terraferma e . . .

lunedì 24 settembre 2012

Su come andare a prendere un aereo

"Una persona normal ya estaría en aeropuerto"

"Si, pero me parece claro que vos no sos una persona normal"


* * * *

Munich, una domenica in cui non ho niente da fare se non prendere un aereo quando sará giá sera.
La giornata è splendida di sole e aria estiva, seppur di settembre, ed è d'obbligo passarla in riva a un lago, a prendere il sole, tomar mate, rilassarsi con gli amici. La sera, e l'aereo, pensieri lontani da tutto ció.
Che poi si sa che il tempo scorre lento quando ció che non puoi mancare è lontano, ma poi si affretta a terminare il prima possibile, fino a correre all'impazzata, man mano che approccia il suo termine, la scadenza, che forse deforma lo spazio-tempo nelle sue vicinanze.
Lo stesso capita per gli aerei e per chi deve prenderli.
Per questo spesso ci si condanna ad interminabili attese in aeroporto, per avere l'illusione che anche quelle ultime ore si muovano come le altre.
(O forse solo per poter organizzare il tutto con calma, essere assicurati contro gli imprevisti e non incorrere in brutte sorprese. Ma questo è un un punto di vista troppo pragmatico per meritare più di un piccolo spazio tra parentesi.)
Comunque sia, c'è il sole e io me ne sto disteso a ricaricare le batterie ascoltando i miei amici hablar un idioma que me pone tranquilo, charlando sobre sueños y proyectos lindos, de tierras escondidas y preciosas.
Finché ritorno alla realtá, quella comune che comprende anche le dinamiche del resto del mondo, oltre alle immaginazioni che popolano quella zona che si trova da qualche parte dietro i miei occhi e tra le mie orecchie. Così ci ritroviamo tutt'a un tratto imbottigliati nel traffico, e nello spazio-tempo siamo a due ore e mezzo dalla partenza del mio aereo e a diverse decine di chilomentri dall'aeroporto, con l'intera Monaco di Baviera e il suo traffico a frapporsi tra me e il banco del check-in.
I miei amici in auto cominciano a preoccuparsi che io non possa farcela. Fede, Chucho, Mayte, Michi e Sebastian, che si fa largo tra le altre auto come meglio non si potrebbe, in qualche maniera pensano che, si, sarà difficile prendere l'aereo. Io abbasso il finestrino e mi godo l'aria in faccia e il tempo che comincia a scorrere, si, sempre piú rapido.
Sebastian ci lascia in una stazione della metro, di cui non ricordo il nome, nel sud-est di Munich.
Da lí dobbiamo prendere due metro, andare a casa di Fede&Michi, fare la valigia e il check-in, prendere altre due metro e andare in aeroporto.
Mentre aspettiamo il primo treno che arriva, quando mancano due ore e pochi minuti alla partenza dell'aereo, io dico:


"Una persona normal ya estaría en aeropuerto"
E Michi mi risponde:
"Si, pero me parece claro que vos no sos una persona normal"

Da allora, le successive due ore passeranno più lentamente che le precedenti, e il tempo rallenterá, forse perché più lento di noi che gli corriamo di fianco.
Preso il primo treno, salutato Chucho dopo aver parlato delle bellezze del sud del Messico, deciso che Michi e Fede mi avrebbero accompagnato in aeroporto, scesi alla stazione della metro sotto casa di Fede&Michi, corsi a casa, cinque minuti per fare la valigia (e una pisciata, con tutta calma), tornati alla metro, presa la metro (dopo ben due minuti di attesa), riaperta la valigia e rimessa in ordine dato che i vestiti non erano stati propriamente piegati in maniera ortodossa, parlato del futuro e di nuove avventure da condividere, arrivati in aeroporto, comprate al supermercato delle birre ricordo da portare con me in Svezia, fatto il check-in, imbarcata la valigia.
E poi cenato, bevuto una birra e salutato i miei due cari amici che mi hanno accompagnato fin lì.
Passato i controlli, c'è anche il tempo per un caffé, prima di salire in aereo.

Le due ore e pochi minuti sono salite su quell'aereo quando io ero giá seduto a guardare fuori dal finestrino, in attesa che tutto terminasse, e tutto ricominciasse.

mercoledì 28 settembre 2011

I miss the comfort of being sad - Quotes from Patagonia dreaming

Stanotte ho sognato che ero in aereo con mia madre e, avendo preso l'aereo sbagliato, atterravamo in una cittá del medio oriente, in mezzo a zone desertiche. Io proponevo di cercare al piú presto un volo per rimetterci in direzione della (sconosciuta) meta originaria, lei invece diceva di cogliere l'occasione e visitare la cittá mediorientale. Stupefatto, mi accorgevo che aveva ragione e subito ci mettevamo in marcia su vecchi binari che dall'aeroporto ci guidavano in sabbiosi quartieri periferici, attraverso zone povere e degradate, dai contorni sfumati come le cittá invisibili che non si é osato nient'altro che sognarle.

Tre notti fa invece sognavo di aver preso un altro volo sbagliato, ma stavolta con un amico. Essere finito per sbaglio in una cittá sudamericana non era, peró, per me, niente di cui preoccuparmi. Cosí, anziché svegliarmi, cosa che succede quando il sognatore non riesce piú a sostenere la tensione del sogno, ho potuto continuare il mio dolce sonno in un letto nel bel mezzo di Parigi.

Una settimana fa sognavo di dover traslocare in una localitá sconosciuta, passando per il Giappone. Mancavano cinque ore al mio volo e ancora non avevo cominciato a svuotare casa. Con le mani nei capelli, nel sogno, l'unica soluzione era quella di svegliarmi, ritrovandomi in un letto di Södermalm, e alzarmi per preparare un cappuccino.

Partiró sette giorni dopo l'equinozio d'autunno e torneró quando nel cielo sará luna nuova. Andró a solleticare la spina montuosa del sud, quella che si inarca sinuosa nella Tierra del Fuego geografica come le vertebre sacrali nella Terra del Fuoco umano.
Sono emozionato, non c'é che dire, e per molti motivi. Non ultimo, mi é improvvisamente nuova la sensazione di partire e lasciare qui qualcuno a cui comincio a tenere tanto.

All of that sit next to each other in my soul can suddenly shake and twinkle side by side in real life. From the moment they enter crying to the moment they leave shouting, they send me deep, intense, shivers. I miss the comfort of being sad, I find the craziness of being alive.

Ti penso e guarderó le montagne patagoniche anche con gli occhi di chi un giorno le scalerá, ossia i tuoi. Non preoccuparti per me.

"A salvarmi sará ancora una volta quella strana e indefinibile calma che sempre e soltanto nei momenti piú difficili ho potuto raggiungere."


(Quotes adapted from Nirvana, Tom Schulman, Walter Bonatti)

mercoledì 6 aprile 2011

Giú dal vulcano

Via Etnea parte dal mare e punta verso l'Etna. Si chiama così perché, se si proseguisse sempre dritti in direzione nord, si arriverebbe sull'Etna.

Nello zaino, partendo da Stoccolma, ci ho messo solo lo stretto necessario. Sci inclusi. Il resto sapevo che l'avrei trovato in loco: neve, montagne e persone con cui condividerle.

Riccardo mi dice che ha un amico che l'Etna lo conosce molto bene, che é li che porta sempre a spasso i suoi sci e che, guardacaso, si chiama anche lui Riccardo.
Lo chiamo mentre sto camminando per via Crociferi e in un minuto mi dà gli orari degli autobus per raggiungerlo a Zafferana Etnea e da lì andare sul Vulcano.
In un altro minuto mi ritrovo che è sabato mattina, che scendo per via Etnea con gli sci in spalla e le vecchiette che mi guardano incazzate, che salgo sull'autobus per fare la tratta Catania-Zafferana Etnea e che scendo nella piazza di questo paesino siciliano. Più che una piazza è una enorme terrazza sul mare a circa seicento metri di altezza, con un paio di signori che squadrano i miei sci appoggiati sulla panchina dove forse sono soliti sedersi.
Riccardo mi passa a prendere con la sua macchina e la mezzora che separa la piazza di Zafferana dalle pendici innevate del Vulcano è abbastanza per conoscerci e capire che passeremo una grande giornata sulla neve.
Sole da stare in maniche corte, neve perfettamente trasformata, primaverile, e nessun'altra meta che non sia quella di andarsene a spasso sull'Etna, di conoscerne i mediterranei e sterminati orizzonti che si aprono al di lá delle sue creste fatte di lava.
Noi puntiamo verso la Montagnola e da lassù vediamo la Calabria e oltre, la valle del Bove che si distende verso oriente. A Nord Le Eolie rimangono oniriche al di là delle nuvole.
Penso a come sia disinteressato a raggiungere la cima del Vulcano, o una cima qualunque. Quanto un posto possa addirsi ad un giorno della mia vita, non sta scritto nella sua altitudine.
Scendiamo nella valle che costeggia i crateri Silvestri con una magnifica sciata primaverile, per poi risalire il cratere Silverstri superiore.
E sciamo sul bordo di questo cratere, sopra un effimero e bianco manto nevoso che copre e scopre il fondo di nere pietre laviche.
Giú dal vulcano, giú verso Zafferana Etnea, saluto Riccardo con la certezza che ci rivedremo. Ed è ancora mezzogiorno, giú verso Catania.

Giú per via Etnea

Nell'atlante geografico Catania è un bel po' più giù che Stoccolma.
Allora metto l'essenziale nello zaino e comincio la discesa.


Catania secondo me si divide in due parti: Via Etnea e non-Via Etnea. E secondo me Via Etnea è una via in cui c'è tutto, tranne ciò che si può trovare solo in non-Via Etnea. C'è il mare, la montagna, c'è il miglior cibo dell'universo conosciuto, le auto più folli guidate dagli indigeni spavaldi e quelle più tranquille, condotte dai vecchietti con la coppola e le due mani sul volante con i gomiti piegati all'inverosimile. C'è un elefante con le palle, c'è un fiume di gente e ci siamo anche io e Sophie, quando non siamo in non-Via Etnea. Ci sono una varietà di fenomeni tali che io d'un tratto capisco perché la letteratura Siciliana sia così ricca, capisco che, se sapessi farlo, potrei scrivere un libro su questa via. Invece ne riporto solo una piccola storia.

Un mercoledì sera ci prepariamo alla solita uscita, attraversiamo la circonvallazione e cominciamo la discesa dal punto più alto di Via Etnea.
Attraversare la circonvallazione a piedi non è banale, specialmente per chi vive a Stoccolma, dove anche un bimbo di due anni può attraversare la strada senza dare la mano alla mamma. A Catania la mano la devi dare, eccome!
La discesa per Via Etnea è interminabile, ma noi ci mettiamo in testa di farla tutta e arrivare fino al mare, che di giorno si staglia alla fine della via. Superate piazza Università e piazza Duomo pensiamo di esserci, ma invece andiamo a finire nel parcheggio degli autobus, semideserto, dove la metà non deserta è costituita da un gruppo di autisti degli autobus i quali se ne stanno a chiacchierare in tranquillità fino a che io non gli chiedo: "Scusate, ma come ci arriviamo sul mare?".
Chiaramente comincia un diattito serio su come giungere al mare, dove andare, con quale autobus, come tornare, e in men che non si dica una decine di persone sono coinvolte con i loro pareri, idee e suggerimenti.
Questa bellissima scena teatrale culmina e finisce con uno degli autisti che ci dice: "Ma perchè non venite in macchina con me? abito ad Aci Galatea e sul lungomare ci devo passare, vi lascio nella zona dei ristoranti."
Io accetto come se fosse la cosa più naturale del mondo, Sophie si ritrova catapultata sul sedile posteriore di una macchina sconosciuta senza capirne il perché.
Diretti verso il lungomare, zona Piazza Europa, mondo non-Via Etnea, dopo meno di un minuto squilla il telefono dell'autista e nel silenzio calato all'interno della sua Punto rimbomba il suo timore di parlare esplicitamente con chi gli sta chiedendo di tornare indietro per andarla a trovare. Le amanti esistono in tutto i mondi e quello degli autisti di autobus non fa eccezione.
Ma, come ogni buon autista, fa comunque il suo "dovere": ci porta sul mare davanti ad un bel ristorante, prima di dissolversi nella sua avventurosa serata.
A noi invece tocca mangiare pesce in riva al mare. Prima di risalire Via Etnea e aspettare di ridiscenderla il giorno dopo.

venerdì 17 dicembre 2010

Heading Home

To the city where a snowfall is magic
from the city where a snowfall is landscape

The city with the frozen sea
The city with the frozen lives

It's time to travel again, this time not from the island to the city and then to the island again, but on the route leading Home. I've passed through many new things and, what really matters, through new states of mind. Better to write it loudly, so that I will remember that it's still possible to experience completely unexpected situations. Always. And always beyond my imagination.
This year has been that of a deep excitation on the surface of a frozen sea and the intense relax of swimming in the late night sun, the year of the longest travels on the shortest distances, of the low pace on the long flat distances, of the high pace of my heart beating while sliding down a mountain. The year of all these empty things filled with people I have lived them with.
Now that my speed is high enough, here comes the time of a break.

No more writing for this year, now I'm just heading Home.

domenica 5 dicembre 2010

Non siamo gli unici a lamentarci dei treni

Addirittura in nord europa la gente odia i propri trasporti pubblici.
Quando arrivai in Svezia tutto mi sembrava perfetto: treni puntuali, servizi urbani impeccabili e se sei bravo ad organizzarti in anticipo riesci anche a ottenere buoni prezzi sui biglietti. Poi invece, arrivato l'autunno, ho scoperto che i treni fanno ritardo anche qui e non solo sporadicamente. Pare che in autunno, quando cadono le foglie, non ci sia nessuna maniera rapida di pulire i binari e i treni necessitano di rotaie pulite per poter viaggiare. Cosí i ritardi diventano una costante. Poi arriva l'inverno e i trasporti urbani vanno in tilt. La metro comincia a fare ritardi, gli autobus anche, e le persone si lamentano di tutto ció e distinguono minuti reali e "minuti SL" (SL è la sigla dei trasporti urbani di Stoccolma: Storstockholms Lokaltrafik). Com'è possibile che non si trovi una maniera per rendere regolare il traffico anche con la neve e il gelo in un paese che a queste condizioni dovrebbe essere abituato?
Altro mito caduto è quello della puntualitá dei treni in Olanda. Pare che gli olandesi non siano affatto contenti dei loro treni, che ci siano sempre problemi. Quello che ho sperimentato di persona è che se c'è un qualunque problema tutto il sistema va nel pallone.
Io resto comunque sempre affezionato ai problemi della mia vecchia cara freccia del Biferno, degli espressi e intercity con ritardi incalcolabili e soprattutto al sito web di trenitalia: il sito web di trasporti pubblici più difficile da capire, nonostante sia nella mia lingua madre!

venerdì 1 ottobre 2010

Approdi

Ció che davvero é unico in tutto ció é il riuscire ad unire viaggio e routine.
Che quando si viaggia non si vive un posto per la mancanza della ripetizione quotidiana dei gesti e dei percorsi, e quando si abita un luogo, il ciclo delle attivitá che si ripete al ritmo di un orologio a pendolo, fermandosi solo quando una ricarica di energie esterne è indispensabile, non lascia spazio alle novitá che un viaggio solo sa proporre. Il viaggio fa incontrare gli abitanti e le loro abitudini, sfuggendone spesso il senso. Gli indigeni vedono i viaggiatori passare senza intuire l'origine né la direzione dei loro cammini. La soluzione pare essere quella in cui un cambiamento di strada, di tempi, di punti di vista, soddisfi il rifiuto di assuefazione ad una cadenza giornaliera nelle proprie avventure.

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Forse sto entrando troppo nella forma "diario", lasciando quella "post", aspirando a quella "ho scritto una cosa che mi piace" e sognando quella epistolare, in cui una parola sia ricevuta da ogni lettore come un cenno ad egli stesso e nessun altro. Scrivere davanti al camino, in riva al mare, dá questi effetti collaterali. Poi finisco a scrivere qualcosa di troppo corto e inconcluso, come questo corsivo, o di inutilmente lungo, come la parola inutilmente in questa frase, anch'essa troppo lunga.

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Dopo aver attraversato il mare approdo sull'isola, piú o meno ogni giorno ad un'ora diversa dal precedente. È un'isola piccola, ma di una certa estensione. Ogni giorno una diversa ora corrisponde ad un nuovo isolano che mi ospita nella sua barca. Barche piccole ed estive o provviste di una cabina di pilotaggio ben riparata dalle intemperie. Ogni barca corrisponde ad un punto di approdo e cosí ad un nuovo tragitto da fare verso casa. Se i sentieri li ho oramai percorsi giá quasi tutti, molte sono ancora le ore del giorno e della notte in cui possa girovagarne attraverso. Poche e sottili le differenze, solo per occhi attenti.
Ieri qualcosa di non calcolato mi ha fatto arrivare a casa solo alle 20. Oggi erano le 21 quando ho messo piede sull'isola e le 21 e 15 quando sono arrivato a casa, l'altro ieri alle sei avevo giá lasciato lo zaino in camera ed ero giá a suonare il piano, pensando a cosa preparare per cena.
Dettagli che non importano a nessuno, di una monotona ordinaria amministrazione che rende vero e tangibile il viaggio in cui mi sto barcamenando.

giovedì 23 settembre 2010

CB - NYC - STHLM in tales #5 - Cosa è stato

Un viaggio tra le velocità più che tra gli spazi.
Le velocità molisane per la partenza, quelle romane per il warm up, quelle delle campagne irlandesi, di passaggio, per ricordarmi della velocità alla quale ero seduto in aereo.
Le velocità di central park, correndo o prendendo il sole, sempre inferiori a quelle dei bus e del train.
Le velocità dell'aria, fresca all'ombra nei parchi, da cottura a vapore sui marciapiedi della metro.
Quelle velocità americane così diverse dall'altra america che avevo visto prima.
Infine le velocità dell'estate nordica, dell'arrivo sull'isola.
Tutto ciò per aiutarmi nella ricerca di quella che è la mia velocità.

Questo è ciò che avrei voluto raccontare, per chi non avesse capito o per chi desiderasse una versione più sintetica di tutto ciò che provo a scrivere.
Scappo a produrre altro materiale da racconto: vado a dormire.

CB-NYC-STHLM in tales #4 - NYC Jazz

Harlem. Più a nord, il Bronx. Uomini e donne seduti agli angoli delle strade.
Ristoranti che si capisce ad occhio che sono impegnati in ben altri business.
Un ragazzo, tale Tishant, che suggerisce a me e ai miei compagni di avventura di tornare più a sud e andare in questo e quest'altro posto.
Soprattutto l'Apollo sulla 125esima strada, Harlem.
La ragazza che ci chiede un dollaro per il biglietto metro.
"Se scavalco mi viene a prendere la polizia". Me che penso per mezzora se possa essere vero.
La stessa tipa che scopre che io sono italiano e mi propone di sposarla.
Me che penso che non so quante ragazze me l'abbiano mai chiesto!
E quante così belle?
E quante di cui non ricordo il nome?
Il tastierista sul marciapiede della metro. Tutti gli altri artisti di strada.
Tutti gli altri artisti intorno a me.
Io che mi sento così povero di musica rispetto a loro.
I ragazzi che cantano per venti minuti nel vagone della metro. Soul. Blues. Rap o qualsiasi altra cosa.
Lo stridere del treno nel suo sgusciare sottoterra. Non ricordo di averlo sentito in quei minuti.
I ragazzi che si divertono. I passeggeri che sono coinvolti da tale naturalezza.
Me che sono un passeggero.

La messicana del museo di arte moderna, dalle mani spettacolari avvolte attorno alla sua reflex. La folla del museo con il suo rumore che fa sparire le persone, con il suo vociare che inghiotte le immagini.

Il desiderio di andare al Greenwich Village per la serata.
Get off the train, go upstairs, make a left and everywhere there are people playing like crazy.
The drummer started his rhythm. Very easy at listening and with a groove you can't tell where it comes from. It starts like smooth jazz, moving then to a latin fusion. The guitarist was playing like a silent and shy rookie and so was the laid-back bassist. It looked like the keyboarder and singer was the only one doing the show. Until they thought it was time to start playing.

martedì 14 settembre 2010

Storie di aeroporti

Anche in posti così disumani come gli aeroporti storie carine riescono a nascere dagli atteggiamenti più divertenti degli uomini.
La mia storia personale di stavolta è semplice. Vado all'aeroporto di Trapani con un bagaglio a mano di 11.7 kg. Supero i controlli e mi dirigo all'imbarco, dove una gentile hostess mi aspetta con la sua bilancia di precisione. Comincio a pensarci su e ritengo opportuno comprare almeno una bottiglia di vino nel frattempo. Sistemo i bagagli per bene, i libri nelle tasche della giacca, che tengo sul braccio in disinvoltura, il possibile nelle tasche dei pantaloncini e soprattutto sistempo per bene lo zaino sulla bilancia, facendo si che scarichi un po' di peso sul sostegno laterale di essa. Risultato: 10.1 kg. I 100 grammi di tolleranza sono rispettati.
Allo stesso tempo un ragazzo davanti a me non riesce ad infilare il suo trolley nella gabbia misura bagagli della Ryanair. Io lo osservo e nel frattempo penso che sono abbastanza sudato, pur essendo in pantaloncini corti e maglietta. Lui è con jeans, maglia e piumino. Risistema alla meglio i bagagli, ma niente da fare, la gabbia Ryanair è impietosa nel sentenziare che il suo trolley là non ci entra proprio. Allora decide di riaprire la valigia. Sistema un paio di magliette sotto la sua maglia di lana, si mette intorno al collo una felpa di quelle con la scritta "ITALIA" che si divide sui due lati della zip, poi si mette il piumino e, su di esso, un'altra felpa intorno al collo. Libro in mano e richiude la valigia. A fatica questa entra nel misuravaligie , ma lui soddisfato e tranquillo si può mettere in fila per entrare in aereo. Io nel frattempo non mi chiedo tanto come faccia a resistere con quella temperatura, dato che il poveretto decide di restare così vestito per tutta la mezzora che la Ryanair ci fa attendere in fila. Mi chiedo, invece: la valigia è riuscita ad entrare dove doveva, ma lui ci passerà dalla porta d'ingresso dell'aereo in questa versione omino Michelin?

Segesta

Il grande scrittore Josè Saramago ha scritto che "O viajante volta já", che "il viaggiatore deve ritornare sui passi già dati, per ripeterli e tracciarvi affianco nuovi cammini". Io, che non so ancora come si fa, come si viaggia, cerco di seguire allora le regole scritte da chi ne sa più di me.

Grecità, o grecismo, in mezzo ai campi aridi e bruciati dal Sole Siculo. Il sole qui è sempre a picco, per definizione, anche se le ombre delle colonne del tempio sono ben lunghe già alle quattro del pomeriggio. L'idea che ho in testa è diversa da ciò che trovo. Scopro che c'è il teatro, non solo il tempio isolato dell'acropoli, e lo visito.
Questo è un racconto che vive nel presente, come ogni viaggio e respiro.
Sto prendendo il sole nella parte più alta della cavea. Di fronte a me campagne e poi il mare in lontananza, e seguo lo sguardo nella mia immaginazione fino a San Vito lo Capo e alla baia di Palermo. Mi prendo il mio tempo, come se stessi davvero guardando una rappresentazione, per sentire come meglio posso il posto in cui sono.
Questo teatro davvero non me l'aspettavo e perciò questo è un racconto che vive nel passato, come ogni radice. Inizia in un viaggio lontano in cui passai a pochi chilometri da qui, diretto a Palermo, senza il tempo di fermarmi. Allora iniziai a costruire Segesta nella mia mente. Un altro mattoncino lo aggiunsi dieci giorni fa, passando nello stesso punto, diretto a Bagheria, ancora senza fermarmi. Ora invece sono nel presente e avvicino al tempio. Si, avvicino.
Avvicino e ci giro intorno, scatto un paio di foto a due turiste spagnole e mi siedo al sole, che, andate via le nuvole, avvicina senza problemi. Penso a stasera, a tornare nel sole-che cala-sempre-di-più, ad avvicinare al Baltico. Perciò questo è un racconto proiettato nel futuro, come ogni fine di viaggio, o inizio.

mercoledì 18 agosto 2010

CB-NYC-STHLM in tales #3 - Moleskine

domenica 15 agosto 2010

CB-NYC-STHLM in tales #2 - Statte cittu!

Questo è perchè, anche se è tardi e il tutto è già passato da un po', uno dei gusti più dolci di un viaggio sta nel sapere che potrai raccontare ciò che vivi in quel momento. Così lo racconto qui.


Scendo dall'aereo all'aeroporto di Shannon e mi ritrovo ad aiutare due vecchietti a portare una borsa. Quasi non mi parlano e quasi non mi ringraziano quando gliela poso dove poi si mettono a sedere nell'aeroporto. Dalle poche parole che sento capisco che sono italiani. Sia ben chiaro, non che parlassero italiano, ma il dialetto me li ha fatti subito collocare in viaggio da qualche posto sperduto del sud italia. Esattamente da Reggio Calabria. Per descrivere questi due vecchietti mi servirebbero troppe righe, e quindi desisto. Anche perchè se scoprissero che li ho apostrofati come "vecchietti" me le suonerebbero. E avrebbero ragione. Due che prendono, partono da Reggio Calabria e vanno a New York: altro che vecchietti. Tipi tosti, direi, che si sciroppano sto viaggione per andare a trovare i figli emigrati in America. Tosto lui, che mi racconta di avere non so che malattia, prende pillole in continuazione e si muove lentamente. Tosta lei, di poche parole e si vede che tiene in pugno la situazione. Sballottàti in giro per l'Irlanda non fanno una piega. Parlano in mezzo dialetto con gli irlandesi dall'inglese più impossibile da capire e sono certo li capiscono meglio di me. Mangiano per cena gli improbabili cibi del pub irlandese vicino all'albergo come se fossero i più navigati dei viaggiatori. Si adattano.
La mattina alle 5 e mezza sono i primi ad aspettare l'autobus che ci riporterà all'aeroporto, non si scompongono davanti all'autista di un autobus che ha la faccia da pazzo, nè di fronte ad un altro autista, che sembra Big George di Pomodori Verdi Fritti, e che chiede di non mettere nel bagagliaio del suo autobus valigie troppo grandi. Dopo pochi secondi lo hanno già convinto che le loro valigie hanno la dimensione giusta.
Ma la scena più bella è stata un'altra. Uno di quei momenti in cui cogli gli equilibri di una coppia, i loro meccanismi, i loro ruoli. Un momento in cui, si, capisci.
5 della mattina. Io esco dalla mia camera dopo aver lasciato la sveglia suonare per mezzora. Mi assicuro di avere con me la tessera magnetica che funge da chiave della mia porta. Per il resto sto dormendo. A pochi metri di distanza vedo i due calabresi trafficare vicino alla porta della loro stanza.
Lei in prima fila, armeggia vicino alla serratura. Lui dietro di lei, che si affaccia dalla sua spalla, alta non più di un metro e quaranta, per vedere cosa sta cercando di fare. La situazione è chiara: vogliono aprire la porta e non ci riescono. Io mi avvicino. Lei traffica con la tessera. Lui la guarda inerme e curioso da dietro, cercando di spiegarle come si fa, forse dicendole che la tessera deve rimanere qualche secondo in più nella fessura. Lei non l'ascolta.
Lui le dice: "Non Tohccarehh!"
e lei (forse anche perché vede che sto arrivando):
"Statte cìttu!!"
In un attimo lo zittisce, mi rivolge lo sguardo, mi indica la tessera, io le apro la porta e mi dice "tenkiù", sgattaiola dentro la camera tirandosi dietro il marito e chiude la porta. E io vado felice a fare colazione.

martedì 27 luglio 2010

CB-NYC-STHLM in tales #1 - Dal diario di chi inizia

Gli aerei sono un po' delle macchine del tempo. O almeno macchine dello spazio, questo è certo. Prelevano le persone in un posto umano, le portano in un altro posto umano attraversando zone non umane in condizioni che di umano hanno ben poco. Catapultano in posti afosi individui che si trovavano in lande gelate. In solchi scavati tra grattacieli persone che poco prima erano in un borgo medievale, su mari del sud da valli alpine. O anche da un luogo ad un altro suo gemello sul pianeta. Per fare tutto ciò occorre anestetizzare chi si sottopone a questo trauma. Per questo gli aeroporti si spiegano dicendo solo due parole: tutti uguali. Pian piano ci si addormenta prima di sedersi e allacciare la cintura, ci si sente fermi mentre si è veloci 1000 kilometri all'ora, si legge come in una sala d'aspetto di un dentista, inconsapevoli che l'oceano o qualche altra terra sta scorrendo qualche kilometro più in basso di noi.
Io invece ci penso. Guardo in basso dal finestrino perchè sto passando in una zona dello spazio-tempo in cui non sono mai stato. Non riesco ad abituarmi al non-stupore. Non riesco ad appassionarmi agli aeroporti, e nemmeno ad odiarli. Preferisco lo zaino in spalla piuttosto che la valigia nella stiva, le rotaie piuttosto che le turbine. A 10000 metri non si può che essere inconsapevoli, ogni volta.
Sono da qualche parte quasi al di sopra della Groenlandia mentre scrivo. Anzi no, era l'Irlanda, e adesso è passata più di un'ora dall'ultima frase. L'aereo pare avesse un problema tecnico, un qualche strano odore (e giuro che io non c'entro niente!). Insomma, prima di attraversare l'oceano era meglio fermarsi nell'aeroporto più vicino e così ora siamo a Shannon. Scappo a bere una Guinness.

venerdì 9 aprile 2010

Lofoten#ultimo - Le solite storie

Il prezzo dello Skipass

All'ufficio skipass degli impianti di Tromsø la signorina forse non pensava di vedersi arrivare due italiani nel giorno di Pasqua. Finisce le sue faccende al computer e viene a servirci. Giornaliero o 3 ore? decidiamo che ci bastano 3 ore di sci, anche perché con il giornaliero scieremmo solo mezzora in piú e avremmo 20 euro in meno in tasca. La signorina peró continua ad essere disorientata. Alla sua macchina per i pagamenti con le carte di credito non piacciono le Maestro,le Mastercard e tantomento un'American express gold. Provo con la mia Visa, emessa da una banca nervegese. Neanche questa va bene. Mentre mi chiedo quale carta di credito possa mai funzionare qui, lei mi porge due skipass.
-"Ma come?" le chiedo, pensando che mi avrá fatto pagare una commissione esorbitante anche se io non ho firmato un bel niente né ho inserito il mio codice.
Lei peró insiste. Passa un secondo, mi accorgo della soddisfazione sul viso di Matteo e mi sento uno scemo a non aver capito subito che la signorina ci ha gentilmente fornito due giornalieri gratis! Una cosa del genere mi sembrava impossibile quassú, ma invece no!
Cosí, aggratis, possiamo goderci i comodissimi e nuovissimi skilift ad ancora di Tromsø che ci trainano su piste superghiacciate.

-" Matte, ma tu sei comodo a salire con questi aggeggi che ci tirano su??"
-" Fa', queste sono le salite piú faticose che abbia fatto in questo viaggio!"
E questo é il vero prezzo dello skipass.

Sauna a Kiruna

- "Quando arriviamo a Kiruna ci sará una sauna, diamine, siamo nella lapponia svedese!"
In Norvegia era stato impossibile trovare una sauna, cosa che invece davamo per scontato. Cosí, sulla via del ritorno, per farci una bella sauna progettiamo di arrivare un po' in anticipo a Kiruna, dove dobbiamo restituire la macchina noleggiata e prendere il treno per Stoccolma.
Niente, anche qui tutto chiuso. Saune pubbliche, hotel: a pasquetta qui é veramente il deserto. I pochi ragazzi in giro hanno delle facce desolate e la cittá é davvero da far west, che se non ci fosse la neve ci sarebbero i rotoloni di polvere a percorrere le strade spazzate dal vento.
Va bene: un po' rassegnáti, lascio Matte alla stazione, con tutti i bagagli, e vado a riportare la macchina al noleggio. Invecchieremo un'ora, o poco piú, nella semideserta stazione di Kiruna.
Il caso vuole che debba lasciare le chiavi della macchina alla reception dell'hotel Scandic. Lo stesso caso vuole che la receptionist sia carina, gentile e simpatica e dica che si, é possibile fare un'eccezione e farci fare la sauna nell'hotel, anche se in realtá sarebbe solo per ospiti. Matteo é in stazione con tutti i bagagli, il treno é tra poco piú di un'ora. Che fare?
Sempre il caso vuole che la nostra testa non funzioni cosí bene, oppure funzioni troppo bene, non so. Cosí, senza esitazioni, dico alla biondinaocchiazzuridighiaccio che sarei tornato in pochi minuti, passo alla stazione, informo Matteo, lasciamo i bagagli incustoditi sulle panchine affidandoli all'attenzione di due tedesche un po' tonte (alle quali diciamo che "Siamo costretti a lasciare la stazione per una mezzoretta") e andiamo diretti alla sauna.
Risultato: sauna iper calda a 105 gradi, o piú. Relax post sauna sulle sdraio di un hotel deserto, connessione wireless scroccata all'hotel stesso e, tocco finale, partita a ping pong nella palestra. Quando finiamo la partita ci rendiamo conto che in 15 minuti abbiamo il treno per tornare a Stoccolma, non sappiamo se ritroveremo i nostri bagagli e in fondo non sappiamo neanche quale strada si debba fare per andare a piedi alla stazione. Ma siamo troppo stanchi e soddisfatti per stressarci. Il treno ci aspetterá, cosí come i nostri sci, snowboard, zaini e piccozze.
In fondo, per quale ragione non dovrebbero aver voglia di continuare a viaggiare con noi?

giovedì 1 aprile 2010

Lofoten#6 - Å i Lofoten e Nusfjord

Abbiamo voglia di un'altra sciata, ma in realta', dopo lo spuntino in riva all'oceano, abbiamo voglia di fare un giro a vedere altri lati delle Lofoten. Attraversiamo cosi' in macchina Vestvågøy, Flakstadøya, Moskenesøyain mezzo a posti che sembrano usciti da un romanzo fantasy.
Nusfjord, deserta e inquietante. Le spiagge di Fredvang, circondate da montagne e con una luce meravigliosa. Å i Lofoten, l'ultimo villaggio delle Lofoten, deserto come tutti gli altri.
Ma cos'e' che ci resta piu' impresso? Siamo in un posto dove il mondo sembra stia per finire, sia chiaro, con il grigiore delle nubi che creano giochi di luci quasi apocalittici.
Ci resta impresso il vecchietto che guida la sua auto piccolina, di quelle che si usano per spostamenti cortissimi e di cui ora non ricordo il nome. La guida sulla strada di Å, su neve e ghiaccio e in galleria, senza problemi.
Ci restano impresse le sane risate fatte a Nusfjord, posto in cui non c'e' letteralmente un'anima viva. Facciamo due passi e andimo al cafe' indicato dalle insegne?
"Mi hanno detto che non c'era posto", mi dice Matteo di ritorno dal cafe'. Io lo aspettavo nel porticciolo locale dove avevamo parcheggiato la macchina in divieto. Ma abbondano solo i gabbiani e non credo ci multeranno! Sembra un film di Hitchcock. Poi camminiamo un po', attorno ad ogni casa non ci sono tracce di impronte da nessuna parte sulla neve che le circonda. Cosi' cominciamo a sparare cazzate sulla fine surreale che ci attende, sui tremendi vigili di Nusfjord che puniscono con la morte chi parcheggia in divieto, sul fatto che troveremo la strada sbarrata e non riusciremo ad uscire dal paese, sul fatto che per sbaglio siamo entrati in un romanzo di Agatha Christie...
Ad un certo punto realizziamo che se vedessimo qualche essere umano ci spaventeremmo!
Allora meglio riattraversare tutte le Lofoten e tornare a prepararci una bella cena, va!

Lofoten#6 - La spiaggia di Flakstad e l'Hustinden

Di tutte le montagne, i picchi, i valloni e i canali che ci sono in giro da queste parti uno mi ha colpito piu' di tutti gli altri. Non e' la montagna piu' alta ne' la piu' aguzza. L'Hustinden e', come le sue sorelle di qui, a picco sul mare, ma e' un panettone o poco piu'. In questa stagione le montagne della Flakstadøya cominciano a perdere il loro bianco che si ritira fino a rimanere solo nei canali. L'Hustinden e' una delle prime montagne che vedo in questa condizione, forse perche' lo scorso inverno e' stato particolarmente generoso in termini di neve.
La vedo dalla spiaggia di Flakstad. una spiaggia in piena regola, con tanto di campo da calcetto. Su neve, adesso. Un posto surreale, circondato da cascate di ghiaccio e mare, costeggiato da una strada su cui passa una macchina ogni tanto e cammina qualche signora dalla provenienza ignota quanto la sua destinazione. Un po' piu' in la c'e' una chiesa e un cimitero. Tutt'intorno, fino a perdita d'occhio, monti. E in primo piano L'Hustiden, mezzo verde erba, mezzo marrone terra con strisce bianche che cadono fino all'oceano.
Mi ricorda i canali appenninici, le montagne sui cui devi andarti a cercare la neve, le mie prime sciate in mezzo ai monti, monti in cui se ti stanchi, puo' capitare che facendo solo pochi passi tu possa sederti sull'erba per riposarti un po'.
Come sempre la bellezza delle cose sta nel riconoscere qualcosa che portiamo dentro.
 
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