mercoledì 14 maggio 2014

13 maggio - Appunti



the history of melancholia
includes all of us. 
me, I writhe in dirty sheets
while staring at blue walls
and nothing. 
I have gotten so used to melancholia
that 
I greet it like an old 
friend. 
(Charles Bukowski - Melancholia)

I'll be your mirror, reflect what you are, in case you don't know.
(The Velvet Underground)

"There is danger for him who taketh the tiger cub, and danger also for whosoever snatches a delusion from a woman."
(Arthur Conan Doyle - A case of identity)

Almost everyone is out along with most of the voyages, the people that we knew and loved and the things they and they alone knew. […]
They ski much better now and some break their legs and some break their hearts. The latter is important and unfortunate and some good philosophers explain how you can not break them if they were not there and something happened and they did not exist. the important thing is that they should ski better and they do.
(Ernest Hemingway - A moveable feast)


"Stern all! Oh Moby Dick, I clutch thy heart at last!"
(Herman Mellville - Moby Dick)


Las cosas cambiaron porque el mundo cambió. Y los poetas, de pronto, encabezamos la rebelión de la alegría.
(Pablo Neruda - Confieso que he vivido)


Una storia di lente e millenarie migrazioni, forse così si erano mossi gli atlantidi del continente Mu, in ostinato e possessivo vagabondaggio, dalla Tasmania alla Groenlandia, dal Capricorno al Cancro, dall'Isola del Principe Edoardo alle Svalbard. La punta ripeteva, narrava di nuovo in un tempo assai contratto, quello che essi avevano fatto dall'una all'altra glaciazione, e forse facevano ancora, ormai corrieri dei Signori - forse nel percorso tra le Samoa e la Nuova Zemlia la punta sfiorava, nella sua posizione di equilibrio, Agarttha, il Centro del Mondo.
(Umberto Eco - Il pendolo di Foucault)

venerdì 18 aprile 2014

Vento d'aprile


Vento delle mie brame
portami via da questo reame!
Spazza la terra, il cielo, il mare,
decidi tu dov'è che mi vuoi portare.

Che sia un posto ricco o spoglio,
di sabbia o aria o acqua o foglie,
del superfluo, lo so, l'avrai privato,
con veemenza mitigato da ogni eccesso.
Trascinato, così, in un tuo riflusso
mi accoglierai :" Ben arrivato!"
oramai lontano da opprimenti maglie
e al riparo da ogni abbaglio.

Vento, vento, tempesta d'aprile,
in te vive il mio respiro
strozzato nel mio petto
in questo dì primaverile,
smorzato in un sospiro
da un angelo perfetto
come onda d'arenile:
bagna e svanisce
e ciò che in me sortisce
è bellezza, e non sparisce.

Forse sei tu, mio vento,
a plasmare queste onde
che m'attirano nel mare,
tu stesso che m' ispiri
assolutezza e immensità,
tu che mi tempri,
tu che mi spaventi
quando anche gli alberi più forti incurvi
e vuoi ridurre tutto all'essenziale,
spazzar via ciò che non è vita e essenza,
le foglie morte dalle strade
e il cielo dalle nuvole più oscure.

Austero sei,
e così mi rendi
la semplicità del gesto,
un respiro,
ora danza
nel muoversi dell'acque,
ora carezza
nel susseguirsi delle onde.

Non ti temo, o vento,
non temo la tua veemenza
abbattersi su di me.
Sradica pure ogni albero,
spoglia tutta la terra!
Il mare rimarrà,
e il suo ondeggiare.
Ed io, se tu vorrai.

(Pisa - Aprile 2005)

lunedì 3 marzo 2014

In the Land of Beauty - Teaser of new documentary by GalileoMobile


A few months after GalileoMobile expedition to Uganda we are on the way to release our second documentary!

During the two weeks spent around Kampala, Mbale and Jinja, two italian filmmakers, Domenico and Maria Serena, traveled along with GalileoMobile team members, Phil, Pati, Nuno and myself.
Many hours of footage were recorded and they had to work hard to select the best scenes to be mounted in the final product, with the goal of showing the activities we have carried out, as well as many other aspects of our first expedition to Africa.

"In the Land of Beauty" aims to deepen and share our vision of being "Under The Same Sky": we reckon it as another little tile to be added to the big multicultural mosaic that our initiative is.

We are fine-tuning the documentary in these days and it will be soon freely available online.
In the meanwhile you can enjoy a short preview!


Stay tuned!


domenica 2 febbraio 2014

Campi magnetici


(Scritta in Treno, da Firenze  a Pisa, Febbraio 2005, credo)

Una nevicata rientra nell'ambito di ciò che è magnetico.
Attira il tuo sguardo e difficilmente questo cambia direzione.
Magnetizza gli occhi grazie al ritmo ipnotico della caduta dei fiocchi,  viaggiatori visibili delle invisibili linee tracciate dal vento.

Intanto un vecchio sbadiglia, un brizzolato quarantenne fa girare aridi programmi sul suo computer, una ragazza legge un libro dopo essersi impegnata per un certamente importante messaggio da mandare dal suo cellulare. Neri i suoi capelli e carnose le sue labbra, docili i suoi gesti e profondo lo sguardo. Di morbidi lineamenti e presenza tutt'altro che invadente. Aspirante soggetto magnetico, o forse già posseditrice di questo titolo presso chissà quale paio di occhi, è in questo momento l'interesse principale del mio campo visivo. Ma riesco a mutare la direzione del mio sguardo quando voglio. Niente di magnetico quindi, ma solo stuzzicante.

Magnetica è la fiamma. Non so perchè ma mi incanto ogni volta che il mio sguardo incrocia lei. Non è solo per via del suo colore, né causa di tale magnetismo è il calore emanato.
Sono i suoi colori nell'insieme che mi attraggono, la perfetta maniera in cui si mescolano, il perfetto movimento oscillatorio nell'aria che la custodisce e le dà vita a scapito della propria. L'impeccabile stratificazione, dal trasparente al rosso, blu, giallo, che non ne
nasconde il cuore ma lo preserva e lo mette in risalto.
Magnetica, forse, per essere la più fedele delle riproduzioni di ciò che vorrei sempre avere dentro, di ciò che vive di vita propria a scapito della mia, talvolta. Di ciò che mi riscalda quando ho freddo e mi brucia se mi ci avvicino troppo.
Di quella cosa per cui io sono come l'aria per il fuoco.

Magnetico è il mare quando sto seduto e lo guardo da uno dei suoi bordi. Mi perdo nei suoi infiniti movimenti e non m'accorgo d'aver varcato l'inesistente linea che lo separa dal cielo. Spontaneamente faccio si che lui si perda in me per bagnarmi fin nelle parti più nascoste, quelle sconosciute anche a me stesso, per rendere simmetrica la magnetica simbiosi che ci unisce.

Magnetismo c'è nella figura della donna amata, che starei fermo all'infinito ad ammirare senza cogliere nessuno dei suoi dettagli, che accarezzerei all'infinito, senza guardarla, per lasciare le mie mani libere di eseguire il loro naturale movimento nel campo magnetico in cui si trovano.
Che non vorrei né toccare né guardare ma solo essere eternamente in caduta verso di lei, libero di essere infinitamente attratto dalla sua magnetica esistenza.

giovedì 30 gennaio 2014

Porto - A uno scrittore portoghese


Ho passato tre giorni a Porto
a rivedere amici e compagni,
ospiti naturali del mio viaggiare.
Ero curioso della tua terra, lo sai.

L'Oceano l'ho visto,
ma non l'ho fotografato.
Pioveva, e poi il rosso del tramonto.
Sembrava grande da lassù,
ma non so dirti quanto.
Ero un visitatore, non un abitante,
guardavo con occhi curiosi, sognante,
occhi stranieri senza radici.
Le onde sbattevano forti sui bastioni 
che reggevano il faro.
Vorrei abitare in un faro per un po', lo sai?

Dalla torre de los Clérigos i tetti diventavano 
disordinate mattonelle,
e su un piedistallo c'era la cattedrale.
Poi mi sono calato tra la gente
e ho visto le case che scendono nei vicoli
sul Douro, i panni stesi sotto la pioggia,
le signore lente sulle scalinate bagnate,
e quelle alle finestre, affacciate
alle torri di vedetta sulla vita della città.

Lisbona invece l'ho solo immaginata, 
come faccio da quasi vent'anni o forse meno.
Credi si possa misurare la nostra vecchiaia 
dal tempo che un'immagine spende tra i nostri sogni 
senza aver mai abitato la realtà?

Quanto c'è in questo mondo, amico!
E quanto lenti bisogna essere per scoprirlo.
E io che pensavo fosse tutta una corsa, ah se mi sbagliavo.
Si deve correre lenti, come a pronunciare il nome
della tua terra, che sembra lungo e veloce
e poi quasi si ferma: Portogallo,
un'arancia da sbucciare,
una terrazza sui confini del mondo immaginato dagli antichi
e su quelli del tuo animo.
Mille rotte partono da quelle coste sull'oceano:
non so il domani quale porterà,
una sola è quella giusta.
Dalla riva, il frastuono del mare la nasconde,
ma se saprai prepararti ed aspettare 
la vedrai limpida
stagliarsi tra le onde.

Eccola, è lì ! Che aspetti?

sabato 18 gennaio 2014

The Great Gig in the Sky


L'Orsa maggiore si staglia chiara nel cielo di nord est di Haiti, nelle prime ore della notte. The great gig in the sky. 
Giove è quasi allo zenit. Orione sta continuando la sua corsa verso ovest e si muove nel cielo con una inclinazione che non mi è familiare. Nei cieli dell'emisfero nord, a cui sono abituato, vedo il trapezio centrale della costellazione più bella del cielo terrestre un po' inclinato sulla sinistra nel cielo già scuro subito dopo il tramonto. Qui, invece, Orione è quasi sdraiato sul suo fianco sinistro e man mano che la notte va avanti sembra rimettersi all'impiedi. Un cacciatore che pian piano si rialza prima di essere ucciso dall'apparire dello Scorpione, e prima che il sorgere del Sole metta fine a tutte queste notturne storie fantastiche, che renda il cielo tutto uguale e confini il nostro sguardo entro i centocinquanta milioni di kilometri che ci separano da esso, impedendoci di spaziare per la vastità del nostro universo.
E poi, domani, dopo il tramonto, la Luna sorgerà ancora più tardi e sarà ancora più lontana da Giove, da Aldebaran e dalle Pleiadi, da Auriga, Il cocchiere nel cuore del cielo invernale. L'Orsa continuerà a splendere laggiù a nord ovest.

Mi addormento, intanto, su una sedia, sotto tutto questo cielo stellato. Riapro gli occhi. Immagino queste stelle del grande carro sempre lì nel cielo durante migliaia di anni, milioni di anni. Mizar, che non sa di essere una stella tripla. Anzi, addirittura sestupla, perché ognuna delle tre stelle è in realtà una stella binaria.  Mondi lontani nel nostro stesso mondo.

Eppure ciò che mi piace di più, attraverso le lenti del piccolo telescopio che ho con me, è la Luna, vederla stagliarsi come fosse parte del telescopio stesso. Quanto di più vicino a noi ci possa essere nella moltitudine delle meraviglie del cielo.
Oggi un bimbo mi ha detto che secondo lui, nel telescopio, c'era la Luna. Una bambina poi, forse per copiarlo, mi ha detto che pensava ci fosse il Sole. 
E le stelle? gli ho chiesto io. Dove sono?

Poi abbiamo smontato il telescopio e dentro non c'era un bel nulla. Un vetro ricurvo da una parte, due lenti piccole dall'altra. Un tubo vuoto nel mezzo.
Non ricordo se ho mai pensato che la Luna potesse trovarsi in un telescopio. Ricordo che non avevo la minima idea, molto tempo fa, di quanto grande fosse la Luna, dove fosse, dove fossero i pianeti e le stelle e le persone e le galassie e il cielo mi sono sempre chiesto, si, se con una scala grande di quella che usano i pompieri, o con tanti camion dei pompieri uno sopra l'altro, si, un camion posato in cima ad una scala, una pila di camion uno sopra l'altro, si potesse arrivare a scavalcare il cielo e a vedere cosa ci fosse dietro.
Come oggi, insomma, solo che oggi credo di saperne di più. Ma non è vero, perché possiamo misurare, dimostrare, capire e spiegare, ma non possiamo viaggiare le distanze interplanetarie e gli spazi interstellari e allora non possiamo sapere. Così i numeri ci fanno immaginare e ci fanno riuscire a programmare viaggi sempre più lunghi e immagino che presto qualche essere umano voglia viaggiare, si, fino a un altro pianeta e dire a tutti gli altri quello che ha visto. Però se voglio capire le distanze interstellari devo mettere su Interstellar Spaces di Coltrane, o Shine on you Crazy Diamond o The great Gig in the sky dei Pink Floyd.

Mi addormento sotto il cielo stellato e mi risveglio e so che non è vero niente, se non che quel grande carro nel cielo continui ad essere lì e a spostarsi durante la notte e a darmi come nient'altro la sensazione di un viaggio interstellare su una navicella rotante chiamata PianetaTerra.

Poi alcuni esseri umani sono riusciti ad andarci oltre quello strato blu che chiamiamo cielo. Non hanno usato i camion dei pompieri, forse perché ne sarebbero serviti troppi e poi saremmo rimasti, sulla Terra, senza camion sufficienti per spegnere gli incendi. Hanno pure costruito un albergo spaziale dove vanno ogni tanto per vedere la navicella spaziale PianetaTerra da lassù, e si dice che qualcuno si sia portato un gatto con se e che questo gatto ora viva nell'albergo spaziale e sia un gatto volante che fa le fusa senza sentire la forza di gravità.
Da lassù Orione cambia di continuo inclinazione e si sposta da destra a sinistra, e non saprei immaginarlo muoversi così perché l'ho visto sempre nella stessa posizione. Anzi, no. Mi ricordo che una volta ero in giro in un deserto e addirittura, laggiù, il cacciatore Orione era a testa in giù e guidava i suoi cani da caccia in maniera strana, correndo sempre e comunque lontano dal suo nemico Scorpione.
Il gatto spaziale, invece, dato che non ha topi da inseguire, si diverte a guardare le luci della navicella PianetaTerra che si spengono e accendono, le correnti aeree che girano e rigirano su se stesse e formano cicloni e tempeste e l'aurora boreale che cade sopra gli abitanti delle terre fredde, dove il Sole non manda tanta luce ma si diverte a disegnare archi verdi nei cieli notturni.

Mi addormento sotto il cielo stellato di pianeti e alberghi volanti e mi risveglio che mi sembra di essere in una estate di quando ero piccolo e mi addormentavo in spiaggia a vedere le stelle cadenti e mi risvegliavo che avevo sonno e freddo ma volevo rimanere ad addormentarmi e risvegliarmi per vedere le scie nel cielo. 

A quell'epoca, ricordo, volevo sempre guardare Andromeda. Avevo letto che fosse l'oggetto più lontano visibile ad occhio nudo. Due milioni di anni luce! Ma che vuol dire non l'ho mai capito. Però quando riuscivo ad inquadrare nel binocolo una macchiolina che sapevo essere questa galassia, allora si che potevo andarmene a dormire tranquillo. Si, cercavo Cassiopea e inseguivo le sue cinque stelle che formano una W, o una M, dipende sempre da come si legge. Le inseguivo e poi mi spostavo più in la, nella costellazione di Andromeda e da qualche parte trovavo una macchiolina che avevo letto che fosse addirittura una galassia gemella della nostra, la Via Lattea, miliardi di stelle che ruotavano tutte insieme e si erano pure organizzate per avere una forma di quelle fotogeniche, a spirale.
Ma che significa un miliardo di stelle luminose più o meno come il Sole? e come fanno ad essere nient'altro che una macchiolina invisibile nel cielo? 
Una volta, ma quella volta non mi addormentai, ero sotto un cielo che non ne ho visti di più limpidi, e di galassie se ne vedevano addirittura tre! ad occhio nudo, tre macchioline nel cielo brillavano sopra la mia testa ed erano, allora, almeno tre miliardi di stelle che si erano divise in tre gruppi differenti. Andromeda e le due nubi di Magellano.
Perché le stelle vogliano raggrupparsi e non ce ne siano di stelle che vadano in giro da sole per l'universo pare che non sia stato ancora capito. 

Però a furia di guardare il cielo ed immaginare in cosa trasformare quell'enorme senso di vuoto che un cielo stellato illumina nel nostro animo, le persone sono arrivate a figurarsi un cielo più pieno di quanto già sia. Si, perché il cielo che tutti immaginano è un cielo fatto di puntini luminosi e della Luna che vi scorazza in mezzo, ma quello che alcune persone possono già vedere è invece un cielo di stelle attorno alle quali ruotano altri pianeti, chissà, come la Terra. Le migliaia di stelle che vediamo a occhio nudo potrebbero avere, ognuna di esse, una famiglia di pianeti! e allora, quando ci sediamo in riva al mare o a bordo di una piscina o in cima ad un monte, e guardiamo in alto di notte, non stiamo più a guardare solo migliaia di stelle, ma stiamo guardando migliaia di sistemi planetari, decine di migliaia di pianeti che corrono a girotondo, ognuno attorno alla stella che per sempre ne cattura l'esistenza, finché morte non li distrugga.

Provo a proiettarmi su Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole. Da lì, Cassiopea appare molto diversa, C'è una stella in più nella costellazione di Cassiopea, se vista da Proxima Centauri.
Quella stella è il Sole. Nella costellazione di Cassiopea vista da Proxima Centauri, si, il Sole è la stella più luminosa, e attorno a questa stella ruotano otto pianeti, asteroidi, comete e miliardi di esseri umani e miliardi di miliardi di altri esseri viventi.
Se abitassi su un pianeta in orbita attorno a Proxima Centauri, mi chiedo, non mi verrebbe voglia di scoprire cosa potrei trovare attorno al Sole?

Mi addormento di nuovo, salgo sul grande carro, The great gig in the sky che mi culla nel nostro viaggio senza direzione, insieme, l'uno di fronte all'altro.

mercoledì 8 gennaio 2014

Yet another turn #2

At home. My radio plays Sonata op. 109 by Ludwig Van Beethoven. Next to me, a book by Ernest Hemingway wants to be read before I fall asleep. Next to my bed, Paul Auster, George Orwell, Henri Miller, Douglas Hofstadter, William Butler Yeats, Cesare Pavese, Alejandro Jodorowski are yelling: you have started our books before and you left us half way or so: not funny, not smart.

Once more my empty backpack looks at me saying: man, I know, I will be the last one on the list. I am used to get packed not earlier than a few minutes before each departure, but you go nowhere without me.
It is like I love to pack things and emotions at the very last moment before any travel, to let them free before being packed. Or, more true and simple, to organize things on time is not my best skill, and I am someway at ease in being messy as much as I can.

My radio now plays the Moonlight sonata, op. 27 no. 2 and Ludwig Van someway knows my hands wish they could play it too. I know it too.

But it's about time to leave again, and leave my piano some kilometers away from me.
I will leave Paris on an afternoon of early January, take three flights, go to an island. Stretch myself to fit yet another turn into my memories.
Yet another turn on a mountain road, where one turn comes just after the other. Yet another turn on a skiing path and, yes, the skier, myself, still have to get used to crouch at every turn and then rush down the slope at ease, painting each turn as if it were the only he can draw and feeling how different it is from the ones his mind could only sketch out.


I write and it feels like being alive again. I would sit here all night long just writing what I have to write. But I realize it took me almost twenty minutes to write the last sentence.


On my radio, Maria João Pires is about to play the last notes of the third movement of the Moonlight sonata. 
 
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