Procedo tra libri lasciati a metá, letti in autobus, in aereo o camminando, nei bagni, a lavoro, in biblioteca e a casa davanti al camino e nel letto con la lampada frontale in testa. Libri dal profondo solco o libri dalla traccia appena accennata.
La possibilitá di un'isola era un obbligo piuttosto che una scelta. È cascato in tutta naturalezza nelle mie dinamiche quotidiane che di quotidiano hanno solo il ritmo con cui cambiano, mi soprendono, mi rinnovano.
Marcovaldo invece é stato di una traccia tanto leggera quanto la sua leggiadría e tanto profonda quanto il tratto di penna di cui é scritto, tanto normale per la sua semplicitá quanto fuori dal comune per la visuale che pone sul quotidiano. Elegante e Calviniano, ossia un gran libro.
Uomini che odiano le donne + La ragazza che giocava col fuoco sono stati lo specchio di Södermalm, Stockholm e la Svezia mentre ero sull'aereo per Pisa e poi per New York. Bello e inquietante, e cosí per una volta un best-seller mi è anche piaciuto.
E poi quelli di cui solo qualche parola mi é scorsa davanti, ma che non ho mollato ancora.
Un mondo perduto - viaggio a ritroso nel tempo é l'altra parte di me, quella che non vede l'ora che il mare ghiacci per potervici camminare sopra e quella che dorme e ha gli incubi quando cammino nei locali fighetti di Stoccolma. Ció che di inimmaginabile puó fare l'uomo e come siano inimmaginabili gli uomini che si spingono tanto in lá, come Walter Bonatti: ecco ció che traspira da quelle pagine. Solco profondissimo, direi.
Extremely close and incredibly loud l'ho iniziato e sospeso a lungo. È ancora sul mio scaffale, proprio cosí come A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again. Sará che sono in inglese. O sará che sono troppo tristi, forse anche capaci di andare in profonditá. Ma il segnalibro mi ricorda bene dove sono arrivato. In realtá A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again l'ho cominciato dalla fine, mi andava di fare cosí e i "I diritti imprescrittibili del lettore" di Daniel Pennac me lo consentono.
Mi sembra inutile fare un elenco di cose vive come i libri. Peró cosí scopro, ad esempio, che non ricordo cosa ho letto fino a giugno. Forse niente? Questi libri sono venuti tutti quanti dopo la fine di maggio. Cinque mesi senza leggere niente, davvero ne sono stato capace? Non ricordo adesso, o non del tutto. Peró ricordo che da quasi un anno nel mio zaino c'é Espejos. Ha girato mezzo mondo (o, per meglio dire, un'infinitesima frazione di mondo) insieme a me facendosi trovare sempre pronto, quando io avevo voglia, e standosene in disparte silenzioso quando io ero distratto. Mi ha sempre raccontato belle storie, tutte diverse l'una dall'altra, e gli sono cosí riconoscente che voglio raccontarne ora una, piccola, anch'io.
-- E s p e j o s --
Me ne stavo con un'amico nella stazione degli autobus "Tres Cruces" di Montevideo, come se fosse la cosa piú scontata del mondo starsene lí ad aspettare l'autobus per Cabo Polonio. Non sapevo ancora che sarei andato invece a finire a "La Paloma", un po' piú a sud sulla stessa costa. A me e al mio amico mancavano altri compagni di viaggio, forse perché da lí a pochi giorni il mio percorso sarebbe volto al sud, il suo a nord.
Lui andó a comprare il suo pallone. Io invece fu cosí che entrai in libreria. Agguantai Espejos. Ne lessi mezza pagina. Mi resi conto che lo capivo bene e che non potevo lasciarlo sullo scaffale.
Lo misi nello zaino e non lo aprii. Lo lasciai chiuso, ad impregnarsi degli odori uruguaiani, in modo che, un anno piú tardi, mi sarebbe stato piú facile viaggiare nel sud del mondo da un qualsiasi autobus in corsa su una strada innevata del nord.
lunedì 29 novembre 2010
martedì 23 novembre 2010
Cercare paglia per cento cavalli
Detto : "Cercare paglia per cento cavalli"
Fonte: Dizionario non online "Sabatino Del Sordo"
Origine: (a me) Sconosciuta
Significato: Tergiversare, perdere tempo, cercare di mettersi a fare qualcosa di spropositato rispetto alle forze di cui si dispone, e anche, mettersi a dire con qualcuno che, se la conversazione si sposta sul contatto fisico, può diventare pericoloso, ossia, cercarsi mazzate.
Fonte: Dizionario non online "Sabatino Del Sordo"
Origine: (a me) Sconosciuta
Significato: Tergiversare, perdere tempo, cercare di mettersi a fare qualcosa di spropositato rispetto alle forze di cui si dispone, e anche, mettersi a dire con qualcuno che, se la conversazione si sposta sul contatto fisico, può diventare pericoloso, ossia, cercarsi mazzate.
lunedì 15 novembre 2010
Lu mar' quagliát'
"Manc' avéssa passá lu mar' quagliát!"
Quando esci di casa vestito un po' troppo pesante, beh, é facile che qualcuno ti si possa rivolgere in tal maniera!
Questa espressione fa riferimento ad un' improbabile occorrenza in cui qualcuno debba attraversare un "mare quagliato". L'aggettivo "qualgliato" indica la solidificazione del mare per il freddo immane. In tal caso, quindi, sarebbe giustificato un vestiario molto caldo e avvolgente e che lasci scoperte solo poche e piccole parti del corpo.
Invece, nel caso in cui l'espressione viene usata, il freddo non è cośi estremo.
In particolare, è tipico che un genitore apostrofi il proprio figlio nella suddetta maniera, laddove occorra che quest'ultimo si vesta in maniera eccessivamente pesante, o magari non di gradimento del genitore stesso, "accumugliandosi" troppo.
L'alternativa, e l'opposto, è il piú comune e semplice "Copriti", la cui alternanza con "Ma c'ha passá lu mar' quagliát'?" dimostra senza dubbio alcuno come, in alcune fasi della vita di un figlio, sia impossibile soddisfare un genitore con il proprio abbigliamento.
Curiositá: Puó capitare che una persona a cui sia stata piú volte rivolta tale esclamazione si trovi poi a vivere in prossimitá di un mare freddo, da attraversare ogni giorno. In particolare puó avvenire che, nell'atto dell'attraversamento marittimo in giorni freddi, in cui il mare inizia pian piano a ghiacciare e solidificare, la suddetta persona si interroghi sull'eventuale eccessiva pesantezza del vestiario indossato. L'ipotetico dialogo con se stesso sarebbe quindi del tipo:
"Oh, ma ch'ággia passa' lu mar' quagliát'?"
"Uhm, in effetti si".
Quando esci di casa vestito un po' troppo pesante, beh, é facile che qualcuno ti si possa rivolgere in tal maniera!
Questa espressione fa riferimento ad un' improbabile occorrenza in cui qualcuno debba attraversare un "mare quagliato". L'aggettivo "qualgliato" indica la solidificazione del mare per il freddo immane. In tal caso, quindi, sarebbe giustificato un vestiario molto caldo e avvolgente e che lasci scoperte solo poche e piccole parti del corpo.
Invece, nel caso in cui l'espressione viene usata, il freddo non è cośi estremo.
In particolare, è tipico che un genitore apostrofi il proprio figlio nella suddetta maniera, laddove occorra che quest'ultimo si vesta in maniera eccessivamente pesante, o magari non di gradimento del genitore stesso, "accumugliandosi" troppo.
L'alternativa, e l'opposto, è il piú comune e semplice "Copriti", la cui alternanza con "Ma c'ha passá lu mar' quagliát'?" dimostra senza dubbio alcuno come, in alcune fasi della vita di un figlio, sia impossibile soddisfare un genitore con il proprio abbigliamento.
Curiositá: Puó capitare che una persona a cui sia stata piú volte rivolta tale esclamazione si trovi poi a vivere in prossimitá di un mare freddo, da attraversare ogni giorno. In particolare puó avvenire che, nell'atto dell'attraversamento marittimo in giorni freddi, in cui il mare inizia pian piano a ghiacciare e solidificare, la suddetta persona si interroghi sull'eventuale eccessiva pesantezza del vestiario indossato. L'ipotetico dialogo con se stesso sarebbe quindi del tipo:
"Oh, ma ch'ággia passa' lu mar' quagliát'?"
"Uhm, in effetti si".
lunedì 8 novembre 2010
Nuovi palazzi che crollano
( Einstürzende Neubauten in concerto - Stockholm, Cirkus )
Profilo di una turbina, ma forse era una fresa. Avrei potuto confonderla con uno xilofono se la vista non mi avesse aiutato.
Pezzi di metallo a qualche metro di altezza in una vasca, poi rovesciata pian piano per lasciarli cadere a terra.
Un doppio ride dal contorno quasi frattale. Il batterista, o percussore, per meglio dire, l'ha sfiorato mentre forse cercava di ammaccare una lamiera che aveva di fronte a se, facendolo inclinare pian piano fino a farlo sbattere a terra. Manca poco che ammazza il cantante. Intanto perseguiva la sua attivitá percussoria di lastre metalliche. Tom e rullanti? No, grazie.
Basso pesante e portante, chitarra inutile.
Un tubo. Una corda metallica, vibrazione pura, grave.
Crolli e cadute, frasi ossessive, voci paranoiche, o in tedesco e col megafono.
Stefano e io, saliti sul tram a Nybroplan, in pochi istanti abbiamo identificato quasi tutti quelli che sarebbero scesi a Djurgarden per andare a prendere posto sotto gli animali disegnati sul soffitto del Cirkus. Animali non umani, invece, credo siano incompatibili con le talvolta insane sonoritá sotterranee della Germania.
Io scettico e assonnato, ma poi preso e infine perso nei pezzi in cui ogni brano si frantumava e da cui poi rinasceva per diventare un pezzo musicale. Metalliche disarmonie.
Profilo di una turbina, ma forse era una fresa. Avrei potuto confonderla con uno xilofono se la vista non mi avesse aiutato.
Pezzi di metallo a qualche metro di altezza in una vasca, poi rovesciata pian piano per lasciarli cadere a terra.
Un doppio ride dal contorno quasi frattale. Il batterista, o percussore, per meglio dire, l'ha sfiorato mentre forse cercava di ammaccare una lamiera che aveva di fronte a se, facendolo inclinare pian piano fino a farlo sbattere a terra. Manca poco che ammazza il cantante. Intanto perseguiva la sua attivitá percussoria di lastre metalliche. Tom e rullanti? No, grazie.
Basso pesante e portante, chitarra inutile.
Un tubo. Una corda metallica, vibrazione pura, grave.
Crolli e cadute, frasi ossessive, voci paranoiche, o in tedesco e col megafono.
Stefano e io, saliti sul tram a Nybroplan, in pochi istanti abbiamo identificato quasi tutti quelli che sarebbero scesi a Djurgarden per andare a prendere posto sotto gli animali disegnati sul soffitto del Cirkus. Animali non umani, invece, credo siano incompatibili con le talvolta insane sonoritá sotterranee della Germania.
Io scettico e assonnato, ma poi preso e infine perso nei pezzi in cui ogni brano si frantumava e da cui poi rinasceva per diventare un pezzo musicale. Metalliche disarmonie.
sabato 6 novembre 2010
Vino e Vinili
Per cominciare, Astronomy Domine, che non fa mai male e che va ascoltata, sempre.
Per continuare, tutto Ummagumma, doppio splendido dei Maestri.
Per cambiare, Selling England by the pound. Musica classica trasformata, progressivamente, in rock.
Per terminare, o proseguire, o ricominciare, ancora devo andare a pescare un altro disco.
Per sfondo la maestosa vetrata sul Saltsjön.
Come al solito mancavo da casa da un po' di giorni. Approdato nella notte sotto un cielo limpido con la mia barchetta che lenta lenta si é portata da una sponda all'altra.
E per condire: Primitivo di Manduria.
Per continuare, tutto Ummagumma, doppio splendido dei Maestri.
Per cambiare, Selling England by the pound. Musica classica trasformata, progressivamente, in rock.
Per terminare, o proseguire, o ricominciare, ancora devo andare a pescare un altro disco.
Per sfondo la maestosa vetrata sul Saltsjön.
Come al solito mancavo da casa da un po' di giorni. Approdato nella notte sotto un cielo limpido con la mia barchetta che lenta lenta si é portata da una sponda all'altra.
E per condire: Primitivo di Manduria.
lunedì 25 ottobre 2010
25 ottobre
Oggi tra l'altro cade anche un altro anniversario, che autocelebro su questa pagina: otto anni fa prendevo la mia laurea triennale.
Ora, a parte l'inarrestabile declino in cui l'universitá italiana versa fin da allora, è vero che quello fu un momento di inizio per molto di ció che mi caratterizza oggi.
Eppure quel giorno lo sottovalutai, alla grande. Oggi invece lo ricordo come qualcosa di passaggio, si, ma spontaneo, brillante, pieno.
Bene, autocelebrazione finita: avanti con la prossima!
Ora, a parte l'inarrestabile declino in cui l'universitá italiana versa fin da allora, è vero che quello fu un momento di inizio per molto di ció che mi caratterizza oggi.
Eppure quel giorno lo sottovalutai, alla grande. Oggi invece lo ricordo come qualcosa di passaggio, si, ma spontaneo, brillante, pieno.
Bene, autocelebrazione finita: avanti con la prossima!
Las Manchas de la Isla
Un año después de haber tocado por primera vez en mi vida suelo suramericano, encuentro, entre muchos papeles sobre la mesa de mi cuarto, ese pequeño escrito.
- Las Manchas de la Isla -
Lo que pasó hasta que llegé a los cuatro mil metros de la Isla del Sol lo recuerdo casi nublado.
Quizás porque hasta entonces yo todavía no hablaba castellano, así que los pensamientos se movían despacio, como mis palabras. Al mismo tiempo los lugares y las imágenes seguían corriendo rápido como jamás hasta entonces.
El tiempo cero estuvo, entonces, en una esquina del espacio en la cual vive la Isla del Sol.
En una escuela, los niños a mi alrededor me preguntaban lo que estaba haciendo y yo intentaba explicar que quería armar un telescopio para dejarles mirar el Sol: una pelota amarilla, o mejor dicho, blanca. Tal vez un poco aburrida, por ser plana, sin manchas: eso era lo que yo creía que íbamos a observar.
En vez el Sol empezó a estar manchado exactamente ese día de finales de octubre, después de que los estudiantes y los investigadores de todo el mundo estuviesen esperando ese evento por mucho tiempo.
Con esos niños bolivianos vimos una mancha, bien marcada en el disco solar, que llenaba de color el telescopio y de maravilla los ojos de la gente.
Al mismo tiempo, ese pequeño punto sobre la superficie solar escribía en mi cabeza : "Se mira para descubrir, se descubre para admirar."
Fue así que, de nubladas, las imágenes que viví pasaron a ser manchadas y luego claras, y mis palabras, paso a paso, más rápidas y siempre más suramericanas.
- Las Manchas de la Isla -
Lo que pasó hasta que llegé a los cuatro mil metros de la Isla del Sol lo recuerdo casi nublado.
Quizás porque hasta entonces yo todavía no hablaba castellano, así que los pensamientos se movían despacio, como mis palabras. Al mismo tiempo los lugares y las imágenes seguían corriendo rápido como jamás hasta entonces.
El tiempo cero estuvo, entonces, en una esquina del espacio en la cual vive la Isla del Sol.
En una escuela, los niños a mi alrededor me preguntaban lo que estaba haciendo y yo intentaba explicar que quería armar un telescopio para dejarles mirar el Sol: una pelota amarilla, o mejor dicho, blanca. Tal vez un poco aburrida, por ser plana, sin manchas: eso era lo que yo creía que íbamos a observar.
En vez el Sol empezó a estar manchado exactamente ese día de finales de octubre, después de que los estudiantes y los investigadores de todo el mundo estuviesen esperando ese evento por mucho tiempo.
Con esos niños bolivianos vimos una mancha, bien marcada en el disco solar, que llenaba de color el telescopio y de maravilla los ojos de la gente.
Al mismo tiempo, ese pequeño punto sobre la superficie solar escribía en mi cabeza : "Se mira para descubrir, se descubre para admirar."
Fue así que, de nubladas, las imágenes que viví pasaron a ser manchadas y luego claras, y mis palabras, paso a paso, más rápidas y siempre más suramericanas.
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