giovedì 10 ottobre 2013

In between

I was back in Paris and it was still dark. The airport was still sleeping, and so was I.
The city was still sleeping. Not a noise, not a car, a few people walking silently on the sidewalks and in the underground corridors of the metro. Too early in a Sunday morning.
Two backpacks hanging on my shoulders, one covering my back, the other lying on my chest and belly.

This was the exact moment in between two travels, the one just ended, but of which I still feel the weight on my shoulders, and the one starting, pulling me ahead towards experiences I am still unaware of. In the middle, a sleeping Fabio, dazed and confused, happy and sad, full and empty, transparent and opaque, as always and everywhere in my words, in my swirling around two opposite poles, north and south, in the daily twisting also known as life, the perpetual action of leaving and being left.

domenica 6 ottobre 2013

Yet another turn

I left Paris in the late afternoon just before the autumn equinox. A night flight over Europe, the Mediterranean and northern Africa brought me to Addis Ababa, Ethiopia. From there, after a coffee at the airport, another flight to Entebbe, Uganda. Only a one hour taxi journey away from meeting my friends Phil, Nuno, Pati, Domenico and María Serena and then starting the adventure again.


I received my visa, a stamp on that little notebook called passport, which allowed me to set my feet on the Ugandan territory. I put on my cap and sunglasses and, one minute after, my backpack and I were outside the airport, freely strolling in a land I had never touched before.
How will this experience work out? Will I be good enough to contribute in a meaningful way to GalileoMobile’s activities? To play my role in this journey? Will our travel make sense for the people we are going to meet and work with?
That stamp on the passport, that one day in future will hopefully be the memory of a great on-the-road experience, in that very moment became the motivation to adapt my slow-thinker attitude to a fast-moving world, to the enthusiasm of children and teenagers with whom I am going to share that wonderful experience that astronomy is.
As I approach the exit of the airport, the Ugandan air disguises itself amidst memories of the first GalileoMobile expedition and images from the Kaghol Rath expedition to India in 2012, and it mixes with my expectations, doubts and desires.
No matter whether or not I am good enough for what has yet to come: it will anyway do.

martedì 17 settembre 2013

Intermezzo #4

Per molto tempo ho fatto diradare le parole su queste pagine.
Non mi andava di scrivere. Oppure lo facevo, ma altrove. Perché, si, in fondo per me lo scrivere é composto non solo dal "cosa scrivo" e "come lo scrivo", non solo dal "quando lo penso", dal "perché lo scrivo", dal "dove sono quando mi é venuto in mente e dove ero quando l'ho scritto", da " a chi voglio farlo leggere" e "questo voglio che lo capisca solo una persona, o due".
Mi sono reso conto, e ce ne ho messo, di tempo! che conta anche dove imprimo le mie parole.
Banale, si.
Quindi, niente, finisce che tanti appunti vanno persi, scritti su tovaglioli di carta o agendine che poi chissá che fine fanno, o in files dimenticati su qualche penna usb che chi-lo-sa-dove-l'ho-messa?

Poi ci sono quelli che finiscono, come tanti, del resto, sui server del grande fratello Google, sul blog, online, nei post e in altri neologismi vari che anch'io mi ritrovo ad usare come cornici dei miei scarabocchi. Sembra che questi appunti siano gli unici che scriva.
Si, sembra anche a me a volte. Guardo il mio stesso blog e dico: ma che ca..o ho fatto che non scrivo da due mesi? o da tre?
Magari ho fatto che non mi andava, sai, quei periodi che la scrittura é inutile e non serve neanche prendere appunti, perché finiscono solo col ricordarti pensieri e cose inutili, rumorose.

Insomma, alla fine continuo a tenere questo blog mezzo aperto, mezzo chiuso, lento o veloce, ispirato o traspirato o espirato, e le poche persone che lo leggono, mi chiedo, cosa capiscono di me?
Ma perché, cavolo, si, alla fine il blog parla di me, fabiocentrico. Si, parla di me e della parte di me che vuole finirvi su. A volte è, in tutta semplicitá, vuota, assente o altrove. A volte approssimativa.
Lascia gli appunti inconclusi e inconcludenti.

lunedì 2 settembre 2013

Cartolina


Dieci anni fa feci un viaggio a Parigi. Dopo un po' scrissi le mie impressioni in una email a un po' di amici. Già esistevano le mail dieci anni fa. Questa mail, intitolata "Cartolina", di tanto in tanto la rileggo. Per sentire il più possibile il presente e poterlo ricordare in un altro presente di certo diverso da quello immaginato. Mi è ricapitato di leggerla adesso, proprio quando a Parigi ho deciso di viverci per un po' della mia vita.

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Scale. Ritorno salendo le scale della metro a Place de la Concorde, si apre davanti a me uno spettacolo familiare ma non conosciuto, previsto ma sempre imprevedibile.

Una parte di me, in realtà, non si è mai mossa da qui negli ultimi quasi 5 anni. E non tardo a ritrovarla. Poco a poco, un sorso alla volta e solo quando ne ho sete, una carezza alla volta, ma solo quando sono triste.
La prima è proprio lì, sguardo nel vuoto, vestiti eleganti e capelli pettinati, barba incolta e maniche impolverate, seduta su quelle scale sporche di attimi vissuti quasi a volerle renderle più belle, a volermi accogliere nella migliore delle maniere, a farsi credere una benestante del luogo. Ma non aspettava altro che il mio ritorno, e io il suo, nella mia vita un po' più vuota in qualche zona neanche tanto nascosta. Mi prende sotto braccio, mi regala un sorriso che da tempo teneva in serbo per me e io subito lo rendo ad Ilaria, lo metto in mani più sicure.
Così inizia il mio passeggiare lungo i maestosi Champs Elyèes, ogni volta più grandi, ogni volta più verdi e ogni volta più familiari. Fortunatamente stavolta anche meno dolorosi e sanguinanti....
....davanti la Maison de la culture du Japon à Paris, all'ombra della torre, una forte tristezza mi assale, vorrei entrarci, forse no e alzo la mano e saluto da lontano un Fabio sorridente sul marciapiede davanti l'entrata, e ovatto i miei grigiori con il verde del parco in cui è incastonata la Tour, che ne spunta fuori come la lama di una spada da un manico intarsiato a mano, lavorato a fondo solo per far spuntare lei e per rimanere, discreto, nella sua silenziosa eleganza.
Silenzio. Così ho gustato Paris, tra i suoi innumerevoli giochi musicali, artisti di strada, con le sue splendide luci, silenziose tutte per farsi sentire più forte. Silenzio e ricordi. Silenzio e progetti. Silenzio. Per sentire il più possibile il presente e poterlo ricordare in un altro presente di certo diverso da quello immaginato. Ogni strada è nuova, più grande la scalinata che innalza la Nike di Samotracia, più grande la stanza singola della Gioconda, con tanti quadri a fungere da suppellettili, più strette e tortuose le vie di Monmatre e meno rosso l'orizzonte dal Sacre Coeur. E' meno alba che allora, è meno tardi e gli occhi sono più aperti ma meno attenti, occhi adatti a queste irripetibili giornate di maggio e non più a vecchi giorni d'agosto. Il sonno è passato appena alzatomi dalla panchina davanti la Prefettura, dopo aver boicottato quelle davanti Notre Dame. Rivedere quella piazza, quasi misera rispetto alle altre sorelle parigine, mi ha dato la sensazione di averla vissuta, di averla avuta nelle mie mani mentre forse sognavo altro in quella mattinata post - insonnia. Un posto in cui dormi è sempre particolare. Ti accoglie indifeso dal mondo e proiettato nella tua intimità più profonda. Ti porta con se senza che tu lo veda. A me stupido 19enne sembrava di essere invincibile e di potermi difendere anche nel sonno, a me stupido 24enne sembra di aver rivisto una mamma che ti copre gli occhi dalla luce al risveglio mattutino per farti
vedere il suo dolce volto in controluce. Una città che incombe su di te con la sua bellezza ma scompare per lasciar posto alle persone che la vivono, come nei miei ricordi.
E' solo la finestra che mi fa affacciare sul giardino da cui i miei amici mi chiamano per andare a giocare con loro.
Ai miei amici di Paris, ai miei Amici,
A Giovanni.

mercoledì 7 agosto 2013

Nepal - A documentary

During last months I have been traveling some parts of Asia.
Here you can find a documentary on the part of my travel that was shared with my friend Luca, to Nepal.

Nepal - A documentary

We feel this is only the first step of a long journey ahead.

Enjoy!

lunedì 22 luglio 2013

Nepal - Un documentario

Dal viaggio fatto in Nepal con Luca negli scorsi mesi abbiamo tratto un documentario, con lo scopo di raccogliere un po' di fondi per le scuole nepalesi, e di raccontarvi la nostra esperienza.
Lo trovate qui:

Nepal - Un documentario

Buon viaggio!

lunedì 10 giugno 2013

Canto d'attese e incontri erranti

Scintillan mute le stelle
nei cieli di plenilunio
dei miei giorni solitari,
cosi', a te Luna, parlo e chiedo: 
credi esista un pastore, un saggio
che mi narri dove nascono i binari
sui quali rotolo inquieto
sin da un giorno di meta' maggio?
E, degli incontri che anelo
e schivo indifferente,
che adocchio e afferro a bruciapelo,
quali son miraggi,
e quali approdi d'umanita', viaggi?

Ho dovuto finora
perdermi e ritrovarmi
da solo, lasciandomi
giacere con la schiena
ad aggradarsi sulla curva Terra

per cercarmi nel cielo,
dove piu' m'oriento
e piu' mi smarrisco,
sospeso il mio percorso
tra lo scintillio del cibo
e il disgusto delle feci.

Ho dovuto nutrirmi
della merda nella mia testa.
Mi piaceva, me la gustavo
fino alla nausea, ingozzarmi
credendomi a una festa
di cui ero l'ospite, e lo schiavo.
Cosi' ubriaco delle mie paure
da sembrarmi impavido
m'agiravo assente, pallido
a serrar tutte le chiusure
al mondo, al Sole, alle creature
che mi amavano. Vomitai:
quell'orripilante essere, me stesso,
era appena rinato.

Ho dovuto scopare
le peggiori puttane,
cercare il sale e leccare
le loro gemme malsane,
le grandi bocce
flaccide dal tanto palpare
fino a sbagliare la presa
sui pericoli sinuosi
dei fianchi, vicoli tortuosi
alle labbra di fuoco e seta,
e divenir persona arresa:
l'amore e' affanno d'una folle meta,
e' ritorno a una casa
da cui mai sono partito,
e' pioggia tempestosa
su un percorso sconosciuto
e poi il levarsi delle nubi
a illuminar vallate d'un profilo mai vissuto.



Ho dovuto aspettare prima di scrivere e cantare
queste rime dissonanti.
Delle strofe fuori tempo
mi piace la marea
che suscitano, scombussolate
onde alla rinfusa
crescono, mareggiate,
uomini in cambusa
che le attraversano ignari
e certi che la dea e musa
dei peregrinaggi non avari
riservi, infine, la quiete,
seppur solo in un piccolo lembo
d'acqua, d'oceano, di sete.


Vivrei da re sapendo d'essere
quel pastore ch'incontra
e parla con te, o Luna,
che fatica, suda, scontra
il suo errare sulle brune
linee dei viandanti di montagna
con la quiete smarrita il di' natale.
Cosi' ora ti domando, Luna, il mio malessere:

Perche' l'uomo dedica il suo tessere
a specchiarsi e rispecchiarsi
sempre nel proprio essere?
a credersi tutto anziche' nulla, all'amarsi?
a rifiutar cio' che non sia perdersi?

So, Luna, che a questi lamenti
non trovero' sollievo, ma solo stenti
sia su monti o creste fascinose
che tra le fogne piu' disgustose.
E tra filosofi, operai o mendicanti
e tra le capre a zonzo col pastore,
o con lui stesso, nei desideri erranti
d'esser poeta invece che poesia.

La tela ricamata sulle vie
del nostro mondo
e' solo la mia indecifrabile firma.
 
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