lunedì 2 settembre 2013

Cartolina


Dieci anni fa feci un viaggio a Parigi. Dopo un po' scrissi le mie impressioni in una email a un po' di amici. Già esistevano le mail dieci anni fa. Questa mail, intitolata "Cartolina", di tanto in tanto la rileggo. Per sentire il più possibile il presente e poterlo ricordare in un altro presente di certo diverso da quello immaginato. Mi è ricapitato di leggerla adesso, proprio quando a Parigi ho deciso di viverci per un po' della mia vita.

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Scale. Ritorno salendo le scale della metro a Place de la Concorde, si apre davanti a me uno spettacolo familiare ma non conosciuto, previsto ma sempre imprevedibile.

Una parte di me, in realtà, non si è mai mossa da qui negli ultimi quasi 5 anni. E non tardo a ritrovarla. Poco a poco, un sorso alla volta e solo quando ne ho sete, una carezza alla volta, ma solo quando sono triste.
La prima è proprio lì, sguardo nel vuoto, vestiti eleganti e capelli pettinati, barba incolta e maniche impolverate, seduta su quelle scale sporche di attimi vissuti quasi a volerle renderle più belle, a volermi accogliere nella migliore delle maniere, a farsi credere una benestante del luogo. Ma non aspettava altro che il mio ritorno, e io il suo, nella mia vita un po' più vuota in qualche zona neanche tanto nascosta. Mi prende sotto braccio, mi regala un sorriso che da tempo teneva in serbo per me e io subito lo rendo ad Ilaria, lo metto in mani più sicure.
Così inizia il mio passeggiare lungo i maestosi Champs Elyèes, ogni volta più grandi, ogni volta più verdi e ogni volta più familiari. Fortunatamente stavolta anche meno dolorosi e sanguinanti....
....davanti la Maison de la culture du Japon à Paris, all'ombra della torre, una forte tristezza mi assale, vorrei entrarci, forse no e alzo la mano e saluto da lontano un Fabio sorridente sul marciapiede davanti l'entrata, e ovatto i miei grigiori con il verde del parco in cui è incastonata la Tour, che ne spunta fuori come la lama di una spada da un manico intarsiato a mano, lavorato a fondo solo per far spuntare lei e per rimanere, discreto, nella sua silenziosa eleganza.
Silenzio. Così ho gustato Paris, tra i suoi innumerevoli giochi musicali, artisti di strada, con le sue splendide luci, silenziose tutte per farsi sentire più forte. Silenzio e ricordi. Silenzio e progetti. Silenzio. Per sentire il più possibile il presente e poterlo ricordare in un altro presente di certo diverso da quello immaginato. Ogni strada è nuova, più grande la scalinata che innalza la Nike di Samotracia, più grande la stanza singola della Gioconda, con tanti quadri a fungere da suppellettili, più strette e tortuose le vie di Monmatre e meno rosso l'orizzonte dal Sacre Coeur. E' meno alba che allora, è meno tardi e gli occhi sono più aperti ma meno attenti, occhi adatti a queste irripetibili giornate di maggio e non più a vecchi giorni d'agosto. Il sonno è passato appena alzatomi dalla panchina davanti la Prefettura, dopo aver boicottato quelle davanti Notre Dame. Rivedere quella piazza, quasi misera rispetto alle altre sorelle parigine, mi ha dato la sensazione di averla vissuta, di averla avuta nelle mie mani mentre forse sognavo altro in quella mattinata post - insonnia. Un posto in cui dormi è sempre particolare. Ti accoglie indifeso dal mondo e proiettato nella tua intimità più profonda. Ti porta con se senza che tu lo veda. A me stupido 19enne sembrava di essere invincibile e di potermi difendere anche nel sonno, a me stupido 24enne sembra di aver rivisto una mamma che ti copre gli occhi dalla luce al risveglio mattutino per farti
vedere il suo dolce volto in controluce. Una città che incombe su di te con la sua bellezza ma scompare per lasciar posto alle persone che la vivono, come nei miei ricordi.
E' solo la finestra che mi fa affacciare sul giardino da cui i miei amici mi chiamano per andare a giocare con loro.
Ai miei amici di Paris, ai miei Amici,
A Giovanni.

mercoledì 7 agosto 2013

Nepal - A documentary

During last months I have been traveling some parts of Asia.
Here you can find a documentary on the part of my travel that was shared with my friend Luca, to Nepal.

Nepal - A documentary

We feel this is only the first step of a long journey ahead.

Enjoy!

lunedì 22 luglio 2013

Nepal - Un documentario

Dal viaggio fatto in Nepal con Luca negli scorsi mesi abbiamo tratto un documentario, con lo scopo di raccogliere un po' di fondi per le scuole nepalesi, e di raccontarvi la nostra esperienza.
Lo trovate qui:

Nepal - Un documentario

Buon viaggio!

lunedì 10 giugno 2013

Canto d'attese e incontri erranti

Scintillan mute le stelle
nei cieli di plenilunio
dei miei giorni solitari,
cosi', a te Luna, parlo e chiedo: 
credi esista un pastore, un saggio
che mi narri dove nascono i binari
sui quali rotolo inquieto
sin da un giorno di meta' maggio?
E, degli incontri che anelo
e schivo indifferente,
che adocchio e afferro a bruciapelo,
quali son miraggi,
e quali approdi d'umanita', viaggi?

Ho dovuto finora
perdermi e ritrovarmi
da solo, lasciandomi
giacere con la schiena
ad aggradarsi sulla curva Terra

per cercarmi nel cielo,
dove piu' m'oriento
e piu' mi smarrisco,
sospeso il mio percorso
tra lo scintillio del cibo
e il disgusto delle feci.

Ho dovuto nutrirmi
della merda nella mia testa.
Mi piaceva, me la gustavo
fino alla nausea, ingozzarmi
credendomi a una festa
di cui ero l'ospite, e lo schiavo.
Cosi' ubriaco delle mie paure
da sembrarmi impavido
m'agiravo assente, pallido
a serrar tutte le chiusure
al mondo, al Sole, alle creature
che mi amavano. Vomitai:
quell'orripilante essere, me stesso,
era appena rinato.

Ho dovuto scopare
le peggiori puttane,
cercare il sale e leccare
le loro gemme malsane,
le grandi bocce
flaccide dal tanto palpare
fino a sbagliare la presa
sui pericoli sinuosi
dei fianchi, vicoli tortuosi
alle labbra di fuoco e seta,
e divenir persona arresa:
l'amore e' affanno d'una folle meta,
e' ritorno a una casa
da cui mai sono partito,
e' pioggia tempestosa
su un percorso sconosciuto
e poi il levarsi delle nubi
a illuminar vallate d'un profilo mai vissuto.



Ho dovuto aspettare prima di scrivere e cantare
queste rime dissonanti.
Delle strofe fuori tempo
mi piace la marea
che suscitano, scombussolate
onde alla rinfusa
crescono, mareggiate,
uomini in cambusa
che le attraversano ignari
e certi che la dea e musa
dei peregrinaggi non avari
riservi, infine, la quiete,
seppur solo in un piccolo lembo
d'acqua, d'oceano, di sete.


Vivrei da re sapendo d'essere
quel pastore ch'incontra
e parla con te, o Luna,
che fatica, suda, scontra
il suo errare sulle brune
linee dei viandanti di montagna
con la quiete smarrita il di' natale.
Cosi' ora ti domando, Luna, il mio malessere:

Perche' l'uomo dedica il suo tessere
a specchiarsi e rispecchiarsi
sempre nel proprio essere?
a credersi tutto anziche' nulla, all'amarsi?
a rifiutar cio' che non sia perdersi?

So, Luna, che a questi lamenti
non trovero' sollievo, ma solo stenti
sia su monti o creste fascinose
che tra le fogne piu' disgustose.
E tra filosofi, operai o mendicanti
e tra le capre a zonzo col pastore,
o con lui stesso, nei desideri erranti
d'esser poeta invece che poesia.

La tela ricamata sulle vie
del nostro mondo
e' solo la mia indecifrabile firma.

martedì 26 marzo 2013

Uraoaru


Una volta, non tanto tempo fa, esisteva una razza di uccello marino dal nome che nessuno ricorda.
Aveva grandi ali piumate che cambiavano forma al cambiare del vento. La sua struttura era così mutevole da renderlo resistente a qualsiasi libeccio o maestrale, ma al contempo così delicata da frantumarsi in qualsiasi pioggia.

Si librava in alto durante la notte, si camuffava nel buio del cielo serale e spiccava il volo quando il tramonto era ormai lontano nel tempo e ben prima che il sole potesse riapparire all'orizzonte.
Si nutriva dei pesci che nuotano nelle burrasche invernali dei mari nordici e oziava in letargo durante le lunghe giornate estive, quando il lasso di tempo tra alba e tramonto è così breve da non consentire un volo d'adeguata bellezza, respiro e durata.

Questo uccello dalle grandi ali verdi, con striature blu e rosse, viveva circa undici anni e nasceva alla morte della propria madre. Una razza orfana per la sua stessa natura, priva di cure parentali. Una razza di figli unici, e della quale ogni generazione non riceveva eredità alcuna dalla precedente.

Uno studioso che viveva a Öns, un'isola dell' arcipelago di Nemloh, aveva dedicato la propria vita alla ricerca del significato dei suoni che questi uccelli emettevano. Questo studioso, il cui nome è andato perso assieme a quello dell'uccello, era stato pescatore fino alla scomparsa del padre, risucchiato dalle acque durante una battuta di pesca in un grande fiordo dalle correnti troppo agitate.
Del padre ricordava la bocca spalancata come a urlare, ma nei suoi ricordi non v'era nient'altro che il continuo scrosciare delle onde oceaniche sulla prua del peschereccio, come un rumore che ricopriva le urla del padre e mandava all'oblio i suoi primi undici anni di vita.

Aveva continuato a lavorare su pescherecci per altri undici anni.

Dopo di che, smise di pescare per commercio, vendette la sua casa a un petroliere, e si mise in viaggio, sulla sua barca, alla ricerca del padre, vivendo di ció che pescava e scambiando spesso il suo pescato con cibo degli abitanti delle isole visitate durante il proprio peregrinare.
Il buio delle notti oceaniche lo aveva avvicinato molto a questo uccello, presenza pressoché costante dei suoi viaggi notturni, fino al punto che il pescatore riuscisse a decodificare i segnali inviatigli dall'uccello e a costruire, con quei suoni, vere e proprie strutture rassomiglianti a quelle di un linguaggio.

Quando era ormai vecchio, ma mai stanco, gli erano rimasti pochi scogli da visitare nel nord dell'oceano Atlantico, e comunicava con nessun altro che l'uccello notturno. Fu così che, dopo una giornata di abbondante pesca, ritornò a Öns, ancorò il peschereccio al largo della sua isola natale per undici giorni e scrisse un trattato completo sul linguaggio usato dall'uccello. Elencò tutte le parole che era riuscito ad imparare e a tradurre, descrisse la struttura basilare della lingua con cui l'uccello comunicava.

Poi, nei successivi undici giorni, usò tutto ciò per scrivere un racconto.

Scoprì, quando il racconto fu finito, che l'uccello non conosceva la parola "madre", e che lui non gli aveva mai parlato, nei loro dialoghi, di suo padre.
Fu cosí che aggiunse una parola al dizionario, unendo i due suoni che significavano "origine" e "vita". Uraoaru sarebbe stato, fin da allora, il nome con cui l'uccello sarebbe stato conosciuto nel mondo, e il suono che significava "madre", nella lingua del volatile.
Era anche il titolo del racconto del pescatore.

Tutto questo mi fu raccontato, nient'altro che pochi giorni fa, da una vecchia signora di Öns, che avevo raggiunto dopo ventotto ore di navigazione notturna, durante le quali mi era sembrato anche di scorgere il volo dell'uccello dalle ali verdi.

Mi disse che fu lei a ritrovare i libri, tra i relitti di un peschereccio che si era schiantato, privo di timone e timoniere, nel porticciolo.

Mi disse che riconobbe la calligrafia.

Mi disse che suo figlio era sordo, e mi disse di tornare a casa. ``Sempre'', mi disse.

martedì 12 marzo 2013

Goodbye Stockholm

"Ti saluto dai paesi di domani che sono visioni di anime contadine in volo per il mondo."

(Fabrizio De André, Ivano Fossati - Anime Salve)

lunedì 4 marzo 2013

Queue

Lots of tales are waiting to be written down, here or in any possibile page.
The flow of ideas and dreams and memories goes along with the flowing of writing, in my life.
When stuck in one of these, stuck everywhere.

It is one-way-ticket time and each point of the ride seems to cross amazing trajectories of which I touch, sadly, only one point, that is, nothing.

In the same way these few words are written here just as starting point for some imagination, without the ambition of saying anything.

Imagine the intricated trajectory of a person on this planet.
Do you think that the path drawn by an old lady walking along the streets of her little village is less complicated than the route of an intrepid traveler of the world?
 
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