Questa espressione viene usata per descrivere una situazione in cui qualcuno si é risparmiato nel fare qualcosa, raggiungendo appena un risultato minimo affinché la sua azione risulti accettabile, facendo appena "quanto basta", da cui l'espressione suddetta.
L'avverbio "sempr' " lascia intendere che tale atteggiamento viene spesso ripetuto, non trattandosi quindi di fatto episodico.
Si tratta di una versione alternativa, a volte sostitutiva, dell'espressione "C'ha truvat' u' padron'". Quest'ultima é per lo piú usata nei confronti di persone che, dopo aver ricevuto richiesta di procurare un articolo di cui possono disporre in notevole quantitá, si sono invece limitate ad apportarne una quantitá limitata. Richiama l'immagine di un "padrone" che controlla l'uso e l'abuso delle sue cose, in assenza del quale si é invece liberi di consumarne a profusione, in abbondanza o addirittura in eccesso. È sovente riferito al cibo, a seguito di un insufficiente approvvigionamento.
Esempi:
S:"Quant' si pigliat' all'esam'?"
F:"18..."
S:"Sempr' c'u' bast',eh!"
F:"M' puort' nu poc' e cioccolat'?"
S:"Tié" (portandone un misero quadratino)
F:"Ma che c'ha truvat' u' padron'??"
venerdì 24 settembre 2010
U' ciucc' ch'í spirtun'
Dicesi di persona che si muove in maniera goffa, forse senza ben sapere dove andare, sbattendo qua e lá contro ció che si trova attorno.
Tale immagine richiama per l'appunto quella di un asino (ciucc') che si sposta con le borse che gli sono state caricate addosso (spirtun') causando danni a destra e a manca.
Tale immagine richiama per l'appunto quella di un asino (ciucc') che si sposta con le borse che gli sono state caricate addosso (spirtun') causando danni a destra e a manca.
giovedì 23 settembre 2010
CB - NYC - STHLM in tales #5 - Cosa è stato
Un viaggio tra le velocità più che tra gli spazi.
Le velocità molisane per la partenza, quelle romane per il warm up, quelle delle campagne irlandesi, di passaggio, per ricordarmi della velocità alla quale ero seduto in aereo.
Le velocità di central park, correndo o prendendo il sole, sempre inferiori a quelle dei bus e del train.
Le velocità dell'aria, fresca all'ombra nei parchi, da cottura a vapore sui marciapiedi della metro.
Quelle velocità americane così diverse dall'altra america che avevo visto prima.
Infine le velocità dell'estate nordica, dell'arrivo sull'isola.
Tutto ciò per aiutarmi nella ricerca di quella che è la mia velocità.
Questo è ciò che avrei voluto raccontare, per chi non avesse capito o per chi desiderasse una versione più sintetica di tutto ciò che provo a scrivere.
Scappo a produrre altro materiale da racconto: vado a dormire.
Le velocità molisane per la partenza, quelle romane per il warm up, quelle delle campagne irlandesi, di passaggio, per ricordarmi della velocità alla quale ero seduto in aereo.
Le velocità di central park, correndo o prendendo il sole, sempre inferiori a quelle dei bus e del train.
Le velocità dell'aria, fresca all'ombra nei parchi, da cottura a vapore sui marciapiedi della metro.
Quelle velocità americane così diverse dall'altra america che avevo visto prima.
Infine le velocità dell'estate nordica, dell'arrivo sull'isola.
Tutto ciò per aiutarmi nella ricerca di quella che è la mia velocità.
Questo è ciò che avrei voluto raccontare, per chi non avesse capito o per chi desiderasse una versione più sintetica di tutto ciò che provo a scrivere.
Scappo a produrre altro materiale da racconto: vado a dormire.
CB-NYC-STHLM in tales #4 - NYC Jazz
Harlem. Più a nord, il Bronx. Uomini e donne seduti agli angoli delle strade.
Ristoranti che si capisce ad occhio che sono impegnati in ben altri business.
Un ragazzo, tale Tishant, che suggerisce a me e ai miei compagni di avventura di tornare più a sud e andare in questo e quest'altro posto.
Soprattutto l'Apollo sulla 125esima strada, Harlem.
La ragazza che ci chiede un dollaro per il biglietto metro.
"Se scavalco mi viene a prendere la polizia". Me che penso per mezzora se possa essere vero.
La stessa tipa che scopre che io sono italiano e mi propone di sposarla.
Me che penso che non so quante ragazze me l'abbiano mai chiesto!
E quante così belle?
E quante di cui non ricordo il nome?
Il tastierista sul marciapiede della metro. Tutti gli altri artisti di strada.
Tutti gli altri artisti intorno a me.
Io che mi sento così povero di musica rispetto a loro.
I ragazzi che cantano per venti minuti nel vagone della metro. Soul. Blues. Rap o qualsiasi altra cosa.
Lo stridere del treno nel suo sgusciare sottoterra. Non ricordo di averlo sentito in quei minuti.
I ragazzi che si divertono. I passeggeri che sono coinvolti da tale naturalezza.
Me che sono un passeggero.
La messicana del museo di arte moderna, dalle mani spettacolari avvolte attorno alla sua reflex. La folla del museo con il suo rumore che fa sparire le persone, con il suo vociare che inghiotte le immagini.
Il desiderio di andare al Greenwich Village per la serata.
Get off the train, go upstairs, make a left and everywhere there are people playing like crazy.
The drummer started his rhythm. Very easy at listening and with a groove you can't tell where it comes from. It starts like smooth jazz, moving then to a latin fusion. The guitarist was playing like a silent and shy rookie and so was the laid-back bassist. It looked like the keyboarder and singer was the only one doing the show. Until they thought it was time to start playing.
Ristoranti che si capisce ad occhio che sono impegnati in ben altri business.
Un ragazzo, tale Tishant, che suggerisce a me e ai miei compagni di avventura di tornare più a sud e andare in questo e quest'altro posto.
Soprattutto l'Apollo sulla 125esima strada, Harlem.
La ragazza che ci chiede un dollaro per il biglietto metro.
"Se scavalco mi viene a prendere la polizia". Me che penso per mezzora se possa essere vero.
La stessa tipa che scopre che io sono italiano e mi propone di sposarla.
Me che penso che non so quante ragazze me l'abbiano mai chiesto!
E quante così belle?
E quante di cui non ricordo il nome?
Il tastierista sul marciapiede della metro. Tutti gli altri artisti di strada.
Tutti gli altri artisti intorno a me.
Io che mi sento così povero di musica rispetto a loro.
I ragazzi che cantano per venti minuti nel vagone della metro. Soul. Blues. Rap o qualsiasi altra cosa.
Lo stridere del treno nel suo sgusciare sottoterra. Non ricordo di averlo sentito in quei minuti.
I ragazzi che si divertono. I passeggeri che sono coinvolti da tale naturalezza.
Me che sono un passeggero.
La messicana del museo di arte moderna, dalle mani spettacolari avvolte attorno alla sua reflex. La folla del museo con il suo rumore che fa sparire le persone, con il suo vociare che inghiotte le immagini.
Il desiderio di andare al Greenwich Village per la serata.
Get off the train, go upstairs, make a left and everywhere there are people playing like crazy.
The drummer started his rhythm. Very easy at listening and with a groove you can't tell where it comes from. It starts like smooth jazz, moving then to a latin fusion. The guitarist was playing like a silent and shy rookie and so was the laid-back bassist. It looked like the keyboarder and singer was the only one doing the show. Until they thought it was time to start playing.
martedì 21 settembre 2010
Equinozio d'autunno
Sono ossessionato da questo giorno e potrei riscrivere quanto scritto l'anno scorso. In realtà però sono meno ispirato. Anche oggi la giornata è volata. La pioggia, il sole, le foglie che macchiano di giallo e rosso il prato e tutte le solite cose. Già dette. Ridette. Il gioco consiste nel guardarle in maniera nuova: una regola che si scrive in un rigo, peccato che scriverla non serva a impararla.
Sono già proiettato in avanti. L'inverno e la primavera che mi aspettano mi sembrano inspiegabilmente molto corti, anche se neppure iniziati. L'autunno non lo considero proprio, neanche di transizione. Eppure inizia oggi, con il suo vento che lo soffierà via in un istante, imbiancherà il suolo per mesi e ricomincerà di nuovo a riscaldarsi, tra non meno di mezzo giro intorno al Sole. Ne parlo quasi da spettatore, non rendendomi conto di quanto questa sensazione sia fallace, di quanto questo punto di vista, tra tutti i possibili, sia forse quello più sbagliato.
Vedremo come sarà cambiato tra un anno.
Sono già proiettato in avanti. L'inverno e la primavera che mi aspettano mi sembrano inspiegabilmente molto corti, anche se neppure iniziati. L'autunno non lo considero proprio, neanche di transizione. Eppure inizia oggi, con il suo vento che lo soffierà via in un istante, imbiancherà il suolo per mesi e ricomincerà di nuovo a riscaldarsi, tra non meno di mezzo giro intorno al Sole. Ne parlo quasi da spettatore, non rendendomi conto di quanto questa sensazione sia fallace, di quanto questo punto di vista, tra tutti i possibili, sia forse quello più sbagliato.
Vedremo come sarà cambiato tra un anno.
Three rides, Three stories
Gomma bucata alla bici, macchina rotta, l'autostop è quasi l'unica soluzione, di certo la più divertente. Si inizia da ieri mattina. (Ok, ho iniziato già da diverse settimane in realtà). In tarda mattinata per andare in città trovo il passaggio di un tipo che parla poche parole di inglese. Mi faccio ripetere il suo nome un paio di volte ma non lo capisco. Una specie di Lindsson. Macchina piena di attrezzi e puzza di pesce, lui ha una tuta da lavoro addosso. Insomma un operaio che lavora dalle parti di casa mia e che si diverte a pescare. Conosce i nomi delle strade e non parla di destra o sinistra ma di nord e sud, chiedendomi dove devo andare. Riesco a capire che sua figlia va a scuola da queste parti, a Lidingö e, considerato che non parliamo la stessa lingua e il passaggio dura 3 minuti, direi che è anche troppo.
Dopo la lezione di svedese, nel pomeriggio, torno a casa. Un centinaio di metri lontano dalla fermata dell'autobus, al Golfklubb, ecco che mi prende a bordo Daniel, con i suoi due figli e il cane. Una forza della natura. I due piccoli, 3 e 4 anni, quasi mi saltano addosso dai sedili posteriori, pur essendo seduti sui seggiolini e ben protetti dalle cinture. Loro vivono su Tistelholmen, una piccola isola separata da pochi metri di mare dalla sua sorella maggiore Storholmen. Ci sono ben tre famiglie e mezzo che vivono lì per tutto l'anno e sono sei anni che loro ci abitano. I bimbi sono davvero incredibili. Appena scesi dalla macchina fanno a gara a chi riesce a catturare di più la mia attenzione, si fanno prendere in braccio, sorridono, corrono e scalciano nelle loro tutine tutte sporche di terra, con le quali evidentemente giocano e si rotolano nel fango e nell'erba bagnata di questi giorni. Li accompagno alla barca e ci salutiamo fino a che non si allontanano dal molo, mentre io mi accingo ad accendere la mia bagnarola. Pochi minuti che mi riempiono di energia.
Stamattina sveglia presto, cielo grigio, acqua piatta bucata dalle gocce di pioggia. Lascio i miei coinquilini alle prese con le loro bici e chiedo ad un simpatico signore in giacca e cravatta, che sta entrando in macchina, se posso avere uno strappo fino alla prima fermata dell'autobus. "Of course, no problem!" e mi accomodo in macchina. È una parte del "mezzo" delle tre famiglie e mezzo che vivono su Tistelholmen tutto l'anno. "Mezzo" perché quando il Baltico ghiaccia lui e il suo ragazzo si trasferiscono al centro, dato che lui spesso lavora fino a tarda notte in uno dei locali più rinomati della città e attraversare il ghiaccio a piedi da solo ogni notte non è che sia proprio il massimo. Mi racconta di serate con tavoli che costano dagli 8000 ai 10000€, di pazzi industriali che scialacquano solo per il gusto di farsi vedere, di come lui sia a capo di coloro che gestiscono gli ospiti e, anche se oggi inizia una specie di congresso di medici con un migliaio di invitati, non è niente rispetto agli ospiti che ha dovuto gestire per il matrimonio di giugno tra la principessa a il suo aitante personal trainer. Fortunatamente quando si ritira a casa sua può dimenticare tutto ciò e rilassarsi. Davvero un tipo simpatico comunque. "Thanks, see you around", scendo a Tekniska Högskolan, aspetto per un paio minuti il 44 e mi chiedo intanto cosa farò fino al prossimo autostop nel tardo pomeriggio.
Dopo la lezione di svedese, nel pomeriggio, torno a casa. Un centinaio di metri lontano dalla fermata dell'autobus, al Golfklubb, ecco che mi prende a bordo Daniel, con i suoi due figli e il cane. Una forza della natura. I due piccoli, 3 e 4 anni, quasi mi saltano addosso dai sedili posteriori, pur essendo seduti sui seggiolini e ben protetti dalle cinture. Loro vivono su Tistelholmen, una piccola isola separata da pochi metri di mare dalla sua sorella maggiore Storholmen. Ci sono ben tre famiglie e mezzo che vivono lì per tutto l'anno e sono sei anni che loro ci abitano. I bimbi sono davvero incredibili. Appena scesi dalla macchina fanno a gara a chi riesce a catturare di più la mia attenzione, si fanno prendere in braccio, sorridono, corrono e scalciano nelle loro tutine tutte sporche di terra, con le quali evidentemente giocano e si rotolano nel fango e nell'erba bagnata di questi giorni. Li accompagno alla barca e ci salutiamo fino a che non si allontanano dal molo, mentre io mi accingo ad accendere la mia bagnarola. Pochi minuti che mi riempiono di energia.
Stamattina sveglia presto, cielo grigio, acqua piatta bucata dalle gocce di pioggia. Lascio i miei coinquilini alle prese con le loro bici e chiedo ad un simpatico signore in giacca e cravatta, che sta entrando in macchina, se posso avere uno strappo fino alla prima fermata dell'autobus. "Of course, no problem!" e mi accomodo in macchina. È una parte del "mezzo" delle tre famiglie e mezzo che vivono su Tistelholmen tutto l'anno. "Mezzo" perché quando il Baltico ghiaccia lui e il suo ragazzo si trasferiscono al centro, dato che lui spesso lavora fino a tarda notte in uno dei locali più rinomati della città e attraversare il ghiaccio a piedi da solo ogni notte non è che sia proprio il massimo. Mi racconta di serate con tavoli che costano dagli 8000 ai 10000€, di pazzi industriali che scialacquano solo per il gusto di farsi vedere, di come lui sia a capo di coloro che gestiscono gli ospiti e, anche se oggi inizia una specie di congresso di medici con un migliaio di invitati, non è niente rispetto agli ospiti che ha dovuto gestire per il matrimonio di giugno tra la principessa a il suo aitante personal trainer. Fortunatamente quando si ritira a casa sua può dimenticare tutto ciò e rilassarsi. Davvero un tipo simpatico comunque. "Thanks, see you around", scendo a Tekniska Högskolan, aspetto per un paio minuti il 44 e mi chiedo intanto cosa farò fino al prossimo autostop nel tardo pomeriggio.
mercoledì 15 settembre 2010
Mandare Ulm'
Su richiesta di validi esponenti della cultura molisana, completo qui il discorso fatto sulla passatella e sul significato di "Scart' frusc' e pigl' primer'.
La nota, ed a volte anche abusata espressione, Mandare Ulm' si rifà alla condizione, estremamente sgradevole e discriminante, di colui al quale nella passatella il " padrone " nega ogni possibilità di bevuta. Peggiore ancora, la situazione, se chi va " ulm' " è l' unico del tavolo a non bere. Condizione che richiederà una terribile vendetta. Di quì il significato di andare ulm', come essere l' unico a non beneficiare di una situazione o di una condizione particolare.
Interrogatici sull'etimologia di questa frase, pare che una possibile spiegazione possa essere legata alla presenza, nel sud Italia, di una specie di olmo, Ulmus minor, in grado di resistere anche in periodi di siccità e quindi in condizioni di scarso annaffiamento.
Che poi l'olmo richieda acqua invece che vino o birra è un altro discorso.
(Grazie a Sabatino Del Sordo e Stefano Santoro per testo e delucidazioni)
La nota, ed a volte anche abusata espressione, Mandare Ulm' si rifà alla condizione, estremamente sgradevole e discriminante, di colui al quale nella passatella il " padrone " nega ogni possibilità di bevuta. Peggiore ancora, la situazione, se chi va " ulm' " è l' unico del tavolo a non bere. Condizione che richiederà una terribile vendetta. Di quì il significato di andare ulm', come essere l' unico a non beneficiare di una situazione o di una condizione particolare.
Interrogatici sull'etimologia di questa frase, pare che una possibile spiegazione possa essere legata alla presenza, nel sud Italia, di una specie di olmo, Ulmus minor, in grado di resistere anche in periodi di siccità e quindi in condizioni di scarso annaffiamento.
Che poi l'olmo richieda acqua invece che vino o birra è un altro discorso.
(Grazie a Sabatino Del Sordo e Stefano Santoro per testo e delucidazioni)
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