martedì 21 settembre 2010

Three rides, Three stories

Gomma bucata alla bici, macchina rotta, l'autostop è quasi l'unica soluzione, di certo la più divertente. Si inizia da ieri mattina. (Ok, ho iniziato già da diverse settimane in realtà). In tarda mattinata per andare in città trovo il passaggio di un tipo che parla poche parole di inglese. Mi faccio ripetere il suo nome un paio di volte ma non lo capisco. Una specie di Lindsson. Macchina piena di attrezzi e puzza di pesce, lui ha una tuta da lavoro addosso. Insomma un operaio che lavora dalle parti di casa mia e che si diverte a pescare. Conosce i nomi delle strade e non parla di destra o sinistra ma di nord e sud, chiedendomi dove devo andare. Riesco a capire che sua figlia va a scuola da queste parti, a Lidingö e, considerato che non parliamo la stessa lingua e il passaggio dura 3 minuti, direi che è anche troppo.
Dopo la lezione di svedese, nel pomeriggio, torno a casa. Un centinaio di metri lontano dalla fermata dell'autobus, al Golfklubb, ecco che mi prende a bordo Daniel, con i suoi due figli e il cane. Una forza della natura. I due piccoli, 3 e 4 anni, quasi mi saltano addosso dai sedili posteriori, pur essendo seduti sui seggiolini e ben protetti dalle cinture. Loro vivono su Tistelholmen, una piccola isola separata da pochi metri di mare dalla sua sorella maggiore Storholmen. Ci sono ben tre famiglie e mezzo che vivono lì per tutto l'anno e sono sei anni che loro ci abitano. I bimbi sono davvero incredibili. Appena scesi dalla macchina fanno a gara a chi riesce a catturare di più la mia attenzione, si fanno prendere in braccio, sorridono, corrono e scalciano nelle loro tutine tutte sporche di terra, con le quali evidentemente giocano e si rotolano nel fango e nell'erba bagnata di questi giorni. Li accompagno alla barca e ci salutiamo fino a che non si allontanano dal molo, mentre io mi accingo ad accendere la mia bagnarola. Pochi minuti che mi riempiono di energia.
Stamattina sveglia presto, cielo grigio, acqua piatta bucata dalle gocce di pioggia. Lascio i miei coinquilini alle prese con le loro bici e chiedo ad un simpatico signore in giacca e cravatta, che sta entrando in macchina, se posso avere uno strappo fino alla prima fermata dell'autobus. "Of course, no problem!" e mi accomodo in macchina. È una parte del "mezzo" delle tre famiglie e mezzo che vivono su Tistelholmen tutto l'anno. "Mezzo" perché quando il Baltico ghiaccia lui e il suo ragazzo si trasferiscono al centro, dato che lui spesso lavora fino a tarda notte in uno dei locali più rinomati della città e attraversare il ghiaccio a piedi da solo ogni notte non è che sia proprio il massimo. Mi racconta di serate con tavoli che costano dagli 8000 ai 10000€, di pazzi industriali che scialacquano solo per il gusto di farsi vedere, di come lui sia a capo di coloro che gestiscono gli ospiti e, anche se oggi inizia una specie di congresso di medici con un migliaio di invitati, non è niente rispetto agli ospiti che ha dovuto gestire per il matrimonio di giugno tra la principessa a il suo aitante personal trainer. Fortunatamente quando si ritira a casa sua può dimenticare tutto ciò e rilassarsi. Davvero un tipo simpatico comunque. "Thanks, see you around", scendo a Tekniska Högskolan, aspetto per un paio minuti il 44 e mi chiedo intanto cosa farò fino al prossimo autostop nel tardo pomeriggio.

mercoledì 15 settembre 2010

Mandare Ulm'

Su richiesta di validi esponenti della cultura molisana, completo qui il discorso fatto sulla passatella e sul significato di "Scart' frusc' e pigl' primer'.

La nota, ed a volte anche abusata espressione, Mandare Ulm' si rifà alla condizione, estremamente sgradevole e discriminante, di colui al quale nella passatella il " padrone " nega ogni possibilità di bevuta. Peggiore ancora, la situazione, se chi va " ulm' " è l' unico del tavolo a non bere. Condizione che richiederà una terribile vendetta. Di quì il significato di andare ulm', come essere l' unico a non beneficiare di una situazione o di una condizione particolare.
Interrogatici sull'etimologia di questa frase, pare che una possibile spiegazione possa essere legata alla presenza, nel sud Italia, di una specie di olmo, Ulmus minor, in grado di resistere anche in periodi di siccità e quindi in condizioni di scarso annaffiamento.
Che poi l'olmo richieda acqua invece che vino o birra è un altro discorso.

(Grazie a Sabatino Del Sordo e Stefano Santoro per testo e delucidazioni)

martedì 14 settembre 2010

Leaves fall

Here in Stockholm this morning it was so windy to make falling lots of almost brown leaves. In the corner of my eyes it appeared to be like snow: it is my projection to winter. In the meanwhile I'm here on the mainland, coming from a big island and waiting to be back on a small one.

Storie di aeroporti

Anche in posti così disumani come gli aeroporti storie carine riescono a nascere dagli atteggiamenti più divertenti degli uomini.
La mia storia personale di stavolta è semplice. Vado all'aeroporto di Trapani con un bagaglio a mano di 11.7 kg. Supero i controlli e mi dirigo all'imbarco, dove una gentile hostess mi aspetta con la sua bilancia di precisione. Comincio a pensarci su e ritengo opportuno comprare almeno una bottiglia di vino nel frattempo. Sistemo i bagagli per bene, i libri nelle tasche della giacca, che tengo sul braccio in disinvoltura, il possibile nelle tasche dei pantaloncini e soprattutto sistempo per bene lo zaino sulla bilancia, facendo si che scarichi un po' di peso sul sostegno laterale di essa. Risultato: 10.1 kg. I 100 grammi di tolleranza sono rispettati.
Allo stesso tempo un ragazzo davanti a me non riesce ad infilare il suo trolley nella gabbia misura bagagli della Ryanair. Io lo osservo e nel frattempo penso che sono abbastanza sudato, pur essendo in pantaloncini corti e maglietta. Lui è con jeans, maglia e piumino. Risistema alla meglio i bagagli, ma niente da fare, la gabbia Ryanair è impietosa nel sentenziare che il suo trolley là non ci entra proprio. Allora decide di riaprire la valigia. Sistema un paio di magliette sotto la sua maglia di lana, si mette intorno al collo una felpa di quelle con la scritta "ITALIA" che si divide sui due lati della zip, poi si mette il piumino e, su di esso, un'altra felpa intorno al collo. Libro in mano e richiude la valigia. A fatica questa entra nel misuravaligie , ma lui soddisfato e tranquillo si può mettere in fila per entrare in aereo. Io nel frattempo non mi chiedo tanto come faccia a resistere con quella temperatura, dato che il poveretto decide di restare così vestito per tutta la mezzora che la Ryanair ci fa attendere in fila. Mi chiedo, invece: la valigia è riuscita ad entrare dove doveva, ma lui ci passerà dalla porta d'ingresso dell'aereo in questa versione omino Michelin?

Scart' frusc' e pigl' primer'

Grazie all'aiuto di grandi esperti del settore provo a scrivere qui il significato di detti, spesso dialettali, che ricorrono spesso nelle mie giornate. Ho l'esigenza di archiviarli da qualche parte e pare che farlo sul web sia la soluzione migliore. - Benvenuta qualsiasi critica o informazione aggiuntiva!!


Scart' frusc' e pigl' primer', chi non l'ha usato almeno una volta nella sua vita! Si tratta di un detto che usa termini tecnici di un gioco che sta a metà tra le carte e l'alcool: la cosidetta passatella.
Questo gioco avrebbe bisogno di ulteriori delucidazioni, essendo impregnato di significati socio-culturali piuttosto profondi, legati, comunque, all' uso ed all' abuso di alcool. In poche parole consiste in un gioco di carte che determina il " comandare " e quindi disporre della " passata ", ovvero una bottiglia di vino o di birra. Il padrone, cioè il vincitore, con il controllo e, a volte, il permesso necessario del sotto, il secondo per importanza, concede tali bevute ad amici ( con maggiore prodigalità ) ed a volte anche a nemici. Il "sotto" è il secondo classificato ed è spesso chiamato a dare il proprio permesso per concedere le bevute, il che gli conferisce un gran valore "strategico-politico": se, ad esempio, un nemico del padrone è amico del sotto, allora il padrone può essere costretto a concedergli delle bevute per evitare che il "sotto", senza il cui permesso il padrone non potrebbe soddisfare i " propri " amici, gli si rivolti contro. Insomma un casino di trame e veti incrociati dal quale spesso nascevano vere e proprie inimicizie nelle osterie. Era, ovviamente uno dei passatempo preferiti dei cultori delle bevande alcoliche.
Ora veniamo al punteggio delle carte. Il punteggio più alto è il Fruscio, cioè quattro carte dello stesso palo; poi segue la Primiera, che è la stessa della scopa e si valuta con lo stesso criterio. Ovviamente le regole di tale gioco non sono univoche e sono suscettibili di cambiamenti magari da un'osteria all'altra. In ogni caso generalmente, se un punto non piace, si può fare uno scarto per cercare di avere successivamente un punto migliore, ossia più congruo ai propri desideri per la passatella in questione. Può quindi capitare che si scarti il punteggio di Fruscio e si riceva quello di Primiera. Da qui il detto che quindi significa che, comunque vada, le cose non cambieranno, perchè, in una maniera o nell'altra, la situazione è la stessa: o padrone ( il Fruscio ) o sotto ( Primiera ). Comunque vada sarà un successo oppure " da questa situazione non si esce ".


(Testo riadattato da quello originale di Sabatino Del Sordo, a cui va un grazie per la consulenza tecnica)

Pagelle

Casteldaccia: Arancino+cannolo+caffè= [9] - Eccellente serata d'esordio.

Bagheria: Crema di Pistacchio+pasticceria varia+caffè= [9] - Si continua da dio.

Cefalù, granita in piazza= [7] - Niente di che, ma comunque inimmaginabile se non si è stati in Sicilia.

Piana degli Albanesi, cannolo= [9.5] - Più che giustificati i 50 minuti di macchina fatti solo per mangiarlo!

Siracusa, metafisica granita sulla "Metafisica Spianata"= [8] - Metafisica, per l'appunto

Marsala, Timballo di Riso+cannolo+granita+gelato= [9] - Il miglior pranzo immaginabile.

Dattilo, cannolo= [9.5++] - Migliore anche dei migliori ricordi.

Segesta

Il grande scrittore Josè Saramago ha scritto che "O viajante volta já", che "il viaggiatore deve ritornare sui passi già dati, per ripeterli e tracciarvi affianco nuovi cammini". Io, che non so ancora come si fa, come si viaggia, cerco di seguire allora le regole scritte da chi ne sa più di me.

Grecità, o grecismo, in mezzo ai campi aridi e bruciati dal Sole Siculo. Il sole qui è sempre a picco, per definizione, anche se le ombre delle colonne del tempio sono ben lunghe già alle quattro del pomeriggio. L'idea che ho in testa è diversa da ciò che trovo. Scopro che c'è il teatro, non solo il tempio isolato dell'acropoli, e lo visito.
Questo è un racconto che vive nel presente, come ogni viaggio e respiro.
Sto prendendo il sole nella parte più alta della cavea. Di fronte a me campagne e poi il mare in lontananza, e seguo lo sguardo nella mia immaginazione fino a San Vito lo Capo e alla baia di Palermo. Mi prendo il mio tempo, come se stessi davvero guardando una rappresentazione, per sentire come meglio posso il posto in cui sono.
Questo teatro davvero non me l'aspettavo e perciò questo è un racconto che vive nel passato, come ogni radice. Inizia in un viaggio lontano in cui passai a pochi chilometri da qui, diretto a Palermo, senza il tempo di fermarmi. Allora iniziai a costruire Segesta nella mia mente. Un altro mattoncino lo aggiunsi dieci giorni fa, passando nello stesso punto, diretto a Bagheria, ancora senza fermarmi. Ora invece sono nel presente e avvicino al tempio. Si, avvicino.
Avvicino e ci giro intorno, scatto un paio di foto a due turiste spagnole e mi siedo al sole, che, andate via le nuvole, avvicina senza problemi. Penso a stasera, a tornare nel sole-che cala-sempre-di-più, ad avvicinare al Baltico. Perciò questo è un racconto proiettato nel futuro, come ogni fine di viaggio, o inizio.
 
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